La realtà è autentica: scienza smentisce l’ipotesi simulazione

Matrix

Capita a tutti, prima o poi, di porsi un interrogativo inquietante: se l’esistenza che viviamo fosse solo un software elaborato? Non parliamo di fantasticherie notturne, ma di un’ipotesi che da tempo circola tra pensatori, scienziati e appassionati di enigmi esistenziali.

Adesso, tuttavia, emerge un contributo significativo. Un team di studiosi coordinato dal fisico teorico Mir Faizal ha affrontato questa questione con rigore matematico e approccio metodico. La loro risposta è chiara: l’Universo in cui esistiamo non è il prodotto di un algoritmo.

L’origine filosofica dell’ipotesi simulazionista

Questa teoria non deriva dalla cinematografia hollywoodiana. Nel 2003, il filosofo Nick Bostrom formulò un ragionamento: una società sufficientemente evoluta potrebbe possedere la capacità di generare realtà virtuali indistinguibili dall’originale, popolate da entità coscienti. Non si trattava di narrativa speculativa, ma di un’argomentazione logicamente strutturata: con l’avanzamento tecnologico esponenziale, perché escludere tale scenario?

Da quel momento, l’ipotesi ha guadagnato terreno. Alcuni l’hanno interpretata come sfida intellettuale, altri come possibile chiave interpretativa per fenomeni inspiegabili. Nel mezzo, ci siamo noi, occasionalmente colti dal dubbio: davvero la realtà si esaurisce in questo?

La fisica quantistica demolisce l’idea di un universo programmato

L’indagine condotta da Faizal e colleghi muove da fondamenti solidi: l’architettura fondamentale del cosmo. Secondo alcune interpretazioni della gravità quantistica, spazio e tempo non costituiscono elementi primari, ma emergono da substrati informativi più profondi. Un concetto che evoca riflessioni platoniche piuttosto che logiche computazionali.

Proprio in questo punto l’ipotesi simulazionista mostra le sue crepe. Un universo-programma dovrebbe essere interamente riducibile a operazioni matematiche. Ma non è così. Gli studiosi dimostrano che esistono caratteristiche della realtà irriducibili a qualunque algoritmo, richiamando anche il teorema di incompletezza di Gödel. Conclusione: neppure la macchina calcolatrice più avanzata potrebbe racchiudere l’intera complessità del reale.

Faizal è esplicito: una descrizione fisica completa non può limitarsi alla computazione. Occorre qualcosa che trascende il codice binario, le sequenze programmate, l’intera concezione di software.

L’importanza esistenziale di questa scoperta

C’è una ragione profonda dietro il fascino dell’ipotesi simulazionista. Non riguarda solo la tecnologia, ma tocca corde emotive. Immaginare un’esistenza “virtuale” attenua il peso dell’esperienza, rende la sofferenza più astratta, le decisioni meno vincolanti. Contemporaneamente, però, ci sottrae qualcosa di essenziale: la consapevolezza di essere autenticamente presenti.

Questa ricerca non si limita a confutare l’idea di un cosmo-videogioco, ma ci restituisce concretezza. Una concretezza imperfetta, stratificata, talvolta ostica, ma genuina. Non esistono livelli da superare, né pulsanti per ricominciare. Esiste questa dimensione, con tutta la sua ricchezza non riducibile a linee di codice.

E probabilmente è proprio questa certezza a infondere maggiore serenità.

Fonte: Journal of Holography Applications in Physics