Un ritrovamento straordinario conservato nella resina fossile per quattro decadi di milioni di anni sta modificando profondamente le nostre conoscenze sull’evoluzione e la diffusione geografica di determinati insetti cacciatori, fornendo ai ricercatori una prospettiva unica sul passato remoto del nostro pianeta.
Nelle collezioni del Museo di Storia Naturale danese, che custodisce più di 70.000 pezzi di ambra appartenenti a diverse ere geologiche, un team di esperti ha identificato qualcosa di completamente inaspettato. Esaminando un esemplare rimasto inosservato per decenni tra gli archivi, gli scienziati hanno rinvenuto un moscerino fungino intatto imprigionato in una resina fossile di circa 40 milioni di anni.
Il reperto appartiene a una specie mai catalogata in precedenza: Robsonomyia henningseni, un organismo raro e fino a oggi completamente sconosciuto alla comunità scientifica. Secondo gli esperti, questo minuscolo cacciatore costituisce un autentico tassello mancante tra due specie viventi di moscerini fungini attualmente presenti in Giappone e negli Stati Uniti, divise da un oceano e da quasi 8.000 chilometri.
Tale separazione geografica ha sempre costituito un mistero. Il rinvenimento di Robsonomyia henningseni in Europa indica infatti che, ere geologiche addietro, il genere Robsonomyia aveva una distribuzione assai più estesa, probabilmente attraverso gran parte dell’emisfero boreale. Il continente europeo, in questo contesto, avrebbe funzionato da collegamento naturale tra Asia orientale e Nord America.
La denominazione della nuova specie rende omaggio a C.V. Henningsen, collezionista danese che nel gennaio 1961 scoprì il frammento sulla costa occidentale dello Jutland. L’intera raccolta venne ceduta al museo, ma proprio quel campione rimase ignorato per oltre 60 anni, finché i ricercatori non realizzarono di possedere una specie mai documentata.
Nel medesimo lavoro, gli studiosi hanno identificato anche una seconda specie inedita, chiamata Robsonomyia baltica, anch’essa originaria dall’ambra della zona baltica. Questa scoperta consolida l’ipotesi che il genere Robsonomyia non rappresentasse un episodio isolato o un visitatore occasionale, ma un gruppo variegato e stabilmente presente in Europa durante l’Eocene.
Secondo i ricercatori, la distribuzione discontinua riscontrata oggi in determinate specie di insetti potrebbe derivare da antiche migrazioni e successivi eventi climatici, un modello applicabile a numerosi altri organismi con schemi analoghi.
Il clima dell’eocene e l’ambra come registro naturale della biodiversità
Il gruppo di ricerca non cercava inizialmente un moscerino fossile. L’obiettivo primario consisteva nell’esaminare l’ambra per comprendere meglio l’influenza del cambiamento climatico sulla fauna che abitava il pianeta durante l’inizio dell’Eocene, un’epoca compresa tra circa 56 e 40 milioni di anni fa.
In quel periodo, le temperature planetarie aumentarono fino a otto gradi Celsius a causa dell’alta concentrazione di carbonio atmosferico, una situazione che mostra preoccupanti parallelismi con l’attuale riscaldamento globale. Esaminare la fauna di quell’epoca consente agli scienziati di comprendere come insetti e altri organismi abbiano risposto a condizioni climatiche estreme.
L’ambra baltica, formatasi proprio durante l’Eocene, rappresenta uno strumento insostituibile per questi studi. La resina fossilizzata era estremamente viscosa e catturava insetti, artropodi e persino piccoli vertebrati come lucertole. Nel corso di milioni di anni, la resina si è solidificata, preservando gli organismi tridimensionalmente, con un grado di dettaglio eccezionale.
Un cacciatore antico, integro nella struttura ma senza dna recuperabile
Robsonomyia henningseni esisteva tra 35 e 40 milioni di anni fa nell’area della Fennoscandia, l’odierna Europa settentrionale. Popolava ambienti sub-tropicali o tropicali, caratterizzati da foreste fitte e umide. Era un insetto predatore che impiegava ragnatele vischiose rivestite di fluidi acidi per catturare e eliminare piccoli invertebrati.
Appartenente alla famiglia dei Keroplatidae, le cui larve sono riconosciute per le loro strategie di caccia aggressive, questo gruppo di insetti utilizzava acido ossalico, una sostanza tossica presente anche nelle foglie di rabarbaro, per paralizzare le prede. Alcuni parenti contemporanei di questi moscerini sfruttano perfino la bioluminescenza per attirare le vittime nelle loro trappole.
Nonostante l’aspetto straordinariamente realistico del fossile, il DNA non è più estraibile. Nel corso di milioni di anni, il materiale genetico ha subito trasformazioni chimiche e fisiche tali da renderne impossibile il recupero. Il fossile costituisce oggi una struttura delicata e vuota, che si frantumerrebbe se estratto dall’ambra.
Tuttavia, gli scienziati non escludono che futuri avanzamenti tecnologici possano permettere il recupero di frammenti di DNA anche da reperti così antichi. La scoperta di Robsonomyia henningseni offre un’occasione rara per esaminare in dettaglio la migrazione e l’evoluzione di un genere ancora poco studiato. Confrontando questi fossili tridimensionali con le specie viventi, i ricercatori possono osservare con grande precisione le modifiche morfologiche avvenute nel corso di milioni di anni in risposta ai mutamenti ambientali.
Come evidenziato dagli studiosi, comprendere come la distribuzione degli organismi sia mutata nel tempo è essenziale per interpretare gli attuali schemi di biodiversità e per prevedere come flora e fauna potrebbero reagire ai cambiamenti climatici in corso.
Fonte: Scientific Reports
