Il sangue degli astronauti rivela che l’età biologica può invertirsi

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Cosa succederebbe se l’età biologica non seguisse una traiettoria irreversibile? Se il nostro organismo potesse modulare il ritmo dell’invecchiamento con una velocità che sfida le nostre convinzioni? Questa riflessione nasce dall’osservazione dello spazio e trova conferma in una ricerca straordinaria condotta su membri di equipaggio tornati da una breve permanenza in orbita.

Durante una manciata di giorni vissuti sulla Stazione Spaziale Internazionale, le analisi ematiche hanno evidenziato caratteristiche associate a un deterioramento cellulare accelerato. Tuttavia, al ritorno sul nostro pianeta, si è verificato un fenomeno inaspettato: questi marcatori hanno iniziato a regredire, quasi come se l’organismo avesse attivato un meccanismo di ripristino.

L’ambiente orbitale accelera il deterioramento cellulare

La ricerca, apparsa sulla pubblicazione scientifica Aging Cell, ha monitorato quattro membri dell’equipaggio della missione Axiom-2, decollata nel maggio del 2023. Gli scienziati hanno esaminato campioni ematici prelevati prima della partenza, nel corso della permanenza extraterrestre e successivamente al ritorno, documentando in diretta le trasformazioni dell’età biologica.

Il coordinamento dello studio è stato affidato al dottor David Furman, ricercatore presso il Buck Institute for Research on Aging, che si è avvalso di strumenti avanzati denominati orologi epigenetici. Questi biomarcatori molecolari del DNA permettono di determinare non l’età anagrafica, ma il reale grado di deterioramento fisiologico del corpo.

Nel periodo trascorso oltre l’atmosfera, numerosi di questi indicatori hanno registrato un’impennata repentina. Modificazioni che normalmente necessiterebbero di anni si sono concentrate in pochissimi giorni. La spiegazione risiede nello stress ambientale estremo: assenza di gravità, esposizione a radiazioni cosmiche e alterazione dei cicli circadiani sottopongono il corpo a condizioni per le quali non si è evoluto.

Un elemento particolarmente rilevante riguarda le difese immunitarie. Nei campioni ematici degli astronauti si sono modificate le percentuali di determinate cellule cruciali, come quelle responsabili della risposta infiammatoria o quelle che rimangono in standby per fronteggiare nuove minacce. Questo riassetto interno ha favorito l’accelerazione dei segnali di senescenza.

Pur considerando queste fluttuazioni cellulari, il risultato rimane significativo: l’ambiente spaziale sembra effettivamente spingere l’orologio biologico verso una marcia accelerata. Si tratta di un’evidenza che sottolinea quanto il nostro organismo reagisca all’ambiente e a scenari distanti dalle condizioni terrestri.

Il ritorno sul pianeta inverte il processo

L’aspetto più straordinario emerge dopo l’atterraggio. Una volta tornati a casa, gli astronauti non hanno semplicemente ristabilito i parametri di partenza. In diversi casi, specialmente nei soggetti più giovani, l’età biologica calcolata è diminuita persino al di sotto dei livelli registrati prima del decollo.

Secondo Furman, questo fenomeno suggerisce che l’essere umano potrebbe disporre di sistemi interni di ringiovanimento in grado di compensare gli effetti dello stress. Il ripristino della forza gravitazionale, la regolarità del ritmo circadiano e un contesto più consueto sembrano consentire alle cellule di ristabilire l’omeostasi.

La ricerca presenta alcune limitazioni, come il campione ristretto di partecipanti e l’analisi concentrata esclusivamente sul sangue. Tessuti muscolari, strutture ossee o sistema nervoso potrebbero rispondere diversamente. Tuttavia, la velocità con cui queste trasformazioni si sono manifestate rende impossibile trascurare il messaggio proveniente dallo spazio: l’invecchiamento è un fenomeno assai più plastico di quanto comunemente si ritenga.

E probabilmente, studiando ciò che accade agli astronauti lontano dal nostro pianeta, possiamo acquisire nuove conoscenze su come preservare il benessere del nostro organismo qui, nella quotidianità.

Fonte: Aging Cell