Granelli di sabbia svelano come furono trasportati i monoliti

stonehenge granelli

Ogni volta che si discute di Stonehenge, emerge un’ipotesi intrigante: e se quelle colossali rocce non fossero state trasportate dall’uomo, ma da forze naturali? Immensi ghiacciai che avanzano lentamente per centinaia di chilometri, depositando massi pronti per essere utilizzati. Un’ipotesi poetica, quasi consolatoria. Tuttavia, una recente indagine scientifica dimostra che la realtà è ben diversa.

Una ricerca pubblicata su Communications Earth and Environment presenta una narrazione alternativa, basata non su enormi blocchi rocciosi ma su elementi microscopici. Minuscoli grani di sabbia, impercettibili all’occhio umano, che custodiscono però una testimonianza geologica straordinariamente accurata. Ed è proprio attraverso questi frammenti che emerge una conclusione netta: i megaliti più distanti di Stonehenge non giunsero sul posto casualmente.

Quando il passato si legge nei sedimenti fluviali

Per decenni, l’ipotesi del trasporto attraverso i ghiacciai ha alimentato dibattiti e produzioni mediatiche. Il concetto era lineare: durante le ere glaciali, enormi masse di ghiaccio avrebbero strappato le rocce dalle regioni montane del Galles e della Scozia, spostandole verso meridione fino alla pianura di Salisbury. Gli abitanti preistorici avrebbero semplicemente sfruttato ciò che la natura aveva già predisposto.

Tuttavia, quando i ghiacciai attraversano un territorio, lasciano tracce inequivocabili. Accumuli rocciosi disordinati, superfici segnate da striature, morfologie plasmate dalla pressione glaciale. Nei pressi di Stonehenge, questi elementi sono scarsi o poco significativi. Sorge quindi un interrogativo cruciale: se le prove macroscopiche mancano, esistono indizi su scala ridotta?

La soluzione è emersa dallo studio dei corsi d’acqua circostanti il monumento. Gli studiosi hanno prelevato campioni sabbiosi analizzandoli alla ricerca di minerali quali zircone e apatite. Si tratta di cristalli minuscoli ma eccezionali, poiché agiscono come cronometri geologici naturali. Al loro interno rimane intrappolato uranio radioattivo che, progressivamente, si converte in piombo. Attraverso la misurazione di questo fenomeno, diventa possibile determinare epoca e luogo di formazione.

Una traccia geologica che testimonia un’azione deliberata

Qualora i ghiacciai avessero effettivamente condotto le pietre fino a Stonehenge, i sedimenti fluviali locali dovrebbero presentare una composizione minerale caratteristica proveniente dal Galles o dalla Scozia. Ma i dati raccontano altro. Dopo aver esaminato oltre settecento particelle, i ricercatori hanno constatato che praticamente nessuna corrisponde alle età geologiche tipiche delle formazioni rocciose da cui derivano le bluestones o l’Altar Stone.

Lo zircone rinvenuto nei fiumi presso Salisbury rivela una cronologia molto più remota e territoriale, connessa a depositi sedimentari che ricoprivano l’Inghilterra meridionale milioni di anni or sono, ben antecedentemente all’ultima glaciazione. Anche l’apatite supporta questa ricostruzione: le sue datazioni non riconducono a formazioni distanti, ma a trasformazioni verificatesi quando quest’area europea subiva, indirettamente, l’influenza dell’orogenesi alpina. In sintesi, quei minerali sono presenti da decine di milioni di anni. Non sono giunti tramite trasporto glaciale.

Il significato che ne scaturisce è eloquente nella sua chiarezza. Le rocce più “esotiche” di Stonehenge non rappresentano un dono naturale. Qualcuno le ha selezionate. Qualcuno le ha trasferite. Qualcuno ha ritenuto opportuno intraprendere un’opera titanica per condurle in quel luogo.

E probabilmente è proprio questo aspetto che conferisce a Stonehenge una dimensione ancora più profondamente umana. Non un edificio nato fortuitamente, ma il frutto di un’intenzione definita, di una concezione condivisa e di un impegno comunitario che oggi possiamo ricostruire partendo da semplici granelli sabbiosi.

Fonte: The Conversation