Due studenti texani creano dispositivo a ultrasuoni per eliminare microplastiche dall’acqua

Ultrasuoni contro microplastiche

Tutto è nato da un quesito apparentemente banale: è possibile sfruttare le onde sonore per purificare l’acqua? Non si tratta di una speculazione teorica, ma dell’intuizione che ha guidato il lavoro di due giovani ricercatori del Texas, i quali hanno deciso di confrontarsi con una delle sfide ecologiche più complesse del nostro tempo senza disporre di strutture all’avanguardia o budget illimitati.

I frammenti di plastica microscopici, invisibili all’occhio umano, riescono a superare i classici sistemi di depurazione e si diffondono in ogni ambiente: corsi d’acqua, oceani, reti idriche domestiche. Una volta dispersi, penetrano nell’organismo umano, si infiltrano nei tessuti e raggiungono persino la circolazione sanguigna. È proprio questa problematica che Victoria Ou e Justin Huang, entrambi di diciassette anni, hanno affrontato sviluppando un concetto innovativo: anziché bloccare le particelle, spostarle attivamente.

L’applicazione pratica dei principi acustici

Anziché ricorrere a membrane filtranti sempre più sofisticate, soggette a ostruzione e costi elevati, i due giovani hanno percorso una via alternativa. Hanno impiegato onde sonore ad altissima frequenza, opportunamente regolate, in grado di generare una forza sulle microparticelle plastiche disperse nel liquido. Il meccanismo è efficace nella sua essenzialità: i frammenti vengono avvicinati tra loro, si uniscono formando aggregati più voluminosi e quindi divengono facilmente separabili.

Durante le prove sperimentali, questa metodologia ha consentito di eliminare più dell’80% delle microplastiche con un singolo trattamento, evitando l’impiego di additivi chimici e componenti filtranti complessi. Il dispositivo realizzato, dalle dimensioni paragonabili a quelle di una penna, opera con un fabbisogno energetico contenuto e potrebbe teoricamente trovare applicazione anche in contesti privi di grandi infrastrutture, come villaggi isolati o territori interessati da crisi idriche.

Non parliamo di tecnologie futuristiche né di annunci senza fondamento. Si tratta di fisica concreta, ed è proprio questo aspetto a conferire valore alla scoperta: un fenomeno già conosciuto, quello degli ultrasuoni, viene sfruttato in maniera inedita per rispondere a un’emergenza ambientale tangibile.

Un progetto che ha conquistato il riconoscimento scientifico globale

L’impegno di Victoria Ou e Justin Huang ha ottenuto ampia visibilità. La loro ricerca è stata insignita di un premio alla Regeneron International Science and Engineering Fair, tra le più prestigiose manifestazioni scientifiche mondiali dedicate agli studenti, dove hanno conseguito un riconoscimento economico di 50 mila dollari. Un traguardo che rappresenta non una conclusione, ma piuttosto l’avvio di un percorso.

Il sistema, infatti, si trova ancora in una fase di sviluppo. Non è disponibile una versione commerciale pronta per l’integrazione negli impianti idrici o nelle abitazioni, e saranno necessarie ulteriori verifiche per comprendere come questa innovazione possa operare su dimensioni maggiori, in scenari differenti da quelli rigorosamente monitorati di un ambiente di ricerca. Tuttavia, ora disponiamo della prova che esiste un approccio diverso, e merita certamente di essere approfondito.

Fonte: ISEF