Abbiamo sempre creduto in una classificazione elementare: dinosauri rivestiti di squame oppure di piume. Una distinzione netta, quasi didattica. Ma la ricerca paleontologica continua a svelarci particolari inaspettati, affascinanti e straordinariamente complessi. Oggi arriva dalla Cina settentrionale una rivelazione che cambia le carte in tavola: un esemplare risalente a circa 125 milioni di anni fa presentava protuberanze cave integrate nel derma, caratteristiche mai riscontrate in precedenza in un ornithischio.
Il nome attribuito è Haolong dongi, traducibile come “drago spinoso”, un appellativo già di per sé evocativo. Apparteneva al gruppo degli iguanodontiani del Cretaceo inferiore, erbivori che conosciamo prevalentemente attraverso i resti ossei. I tessuti organici, notoriamente, raramente resistono al trascorrere dei millenni. Tuttavia, in questa circostanza, il processo di fossilizzazione si è rivelato eccezionale, preservando impronte dermiche estremamente dettagliate, con microstrutture osservabili persino al microscopio.
Il reperto, custodito presso l’Anhui Geological Museum di Hefei, offre informazioni che vanno ampiamente oltre la struttura scheletrica. Sulla regione caudale si notano ampie scaglie sovrapposte, quasi a creare una protezione a piastre; su collo e torace appaiono minuscole scaglie arrotondate, disposte uniformemente. E tra queste emergono le protagoniste: protuberanze affusolate, cilindriche, alcune di pochi millimetri, altre superiori ai quattro centimetri.
Protuberanze cave: innovazione evolutiva senza precedenti
L’esemplare analizzato raggiungeva circa 2,4 metri di lunghezza e non aveva ancora terminato lo sviluppo, come attestano le vertebre non completamente saldate. Gli individui adulti della medesima linea evolutiva potevano toccare i cinque metri, mentre altri iguanodontiani coevi raggiungevano dimensioni superiori. Questo aspetto solleva un quesito intrigante: tali protuberanze erano tipiche degli stadi giovanili o permanevano nell’età adulta?
L’indagine microscopica ha rivelato la composizione di queste formazioni: cilindri vuoti costituiti da strati di epidermide cheratinizzata che racchiudono un nucleo interno spugnoso. Non sono strutture ossee, non sono escrescenze cornee, non sono protopiume. Costituiscono qualcosa di distinto, una risposta anatomica indipendente, un autentico percorso parallelo nell’evoluzione delle appendici dermiche.
Attraverso metodologie sofisticate come la fluorescenza indotta da laser, l’analisi radiografica e sezioni istologiche ultrasottili, gli studiosi hanno potuto esaminare particolari a scala cellulare. Una circostanza eccezionale per un fossile di 125 milioni di anni. È probabile che formazioni analoghe siano esistite anche in altri esemplari, ma solo in questo caso la preservazione è stata così perfetta da restituircele con tale precisione.
Secondo Pascal Godefroit, paleontologo e coautore della ricerca, questa evidenza indica che la varietà dei rivestimenti cutanei dei dinosauri era straordinaria, ben al di là della dicotomia elementare tra squame e piume che ci è stata insegnata.
Quale funzione avevano queste protuberanze?
Individuare una caratteristica anatomica è solo l’inizio, comprenderne l’utilità rappresenta la vera sfida. Gli studiosi ritengono che le protuberanze di Haolong dongi svolgessero principalmente una funzione protettiva. L’animale abitava gli ambienti della Formazione di Yixian, in Cina, dove numerosi predatori erano di dimensioni contenute e dotati di mascelle con apertura ridotta.
Una superficie irregolare e acuminata ostacola l’aggressione, complica l’ingestione e prolunga il tempo necessario per abbattere la preda. Le protuberanze non offrivano protezione assoluta contro denti e artigli, ma costituivano un ostacolo efficace, una tattica di sopravvivenza in un ambiente dove ogni istante poteva essere decisivo.
Esiste anche un’ipotesi alternativa, collegata alle condizioni climatiche dell’epoca, caratterizzate da temperature medie attorno ai 10 gradi. Le protuberanze potrebbero aver favorito la regolazione termica, pur non rappresentando un vero isolamento. Rimangono invece meno convincenti le supposizioni di una funzione comunicativa o sensoriale, anche perché non sono emerse tracce di pigmentazione correlata.
Negli ultimi anni abbiamo scoperto dinosauri piumati, ornithischi ricoperti di filamenti, formazioni cutanee simili a peli primitivi. Adesso si aggiungono queste protuberanze cave, differenti dagli aculei dei mammiferi, dalle spine dei rettili contemporanei e dalle piume ancestrali. Il rivestimento dei dinosauri si rivela sempre più come un laboratorio evolutivo ricco di percorsi alternativi, sperimentazioni, adattamenti.
E probabilmente è proprio questo l’elemento più significativo della scoperta: ci rammenta che l’evoluzione non avanza linearmente, ma esplora opportunità, prova soluzioni, genera combinazioni che sfuggono alle nostre classificazioni convenzionali.
I risultati dello studio sono stati pubblicati sulla rivista Nature Ecology & Evolution, aggiungendo un ulteriore tassello a una narrazione che continua a stupirci. Perché ogni volta che riteniamo di aver compreso l’aspetto dei dinosauri, emerge un fossile a ricordarci quanto la Terra sia stata – e continui a essere – infinitamente più inventiva di noi.
Fonte: Nature
