Nel dibattito sulle vetture elettriche, l’attenzione si focalizza spesso su aspetti come l’autonomia chilometrica, le infrastrutture di ricarica o le performance su strada. Tuttavia, la vera trasformazione che determinerà se la mobilità futura sarà effettivamente ecologica avviene ben prima che un veicolo inizi a circolare. Il processo inizia dalle cave minerarie dove si estraggono i materiali per le batterie, dagli stabilimenti siderurgici che forniscono i componenti strutturali e dalle fabbriche che assemblano parti provenienti da tutto il pianeta.
È proprio nelle catene di approvvigionamento globali del settore automotive che si può valutare la differenza tra una dichiarazione di intenti ecologici e un’autentica rivoluzione sostenibile. Per comprendere quanto i grandi gruppi industriali stiano effettivamente rivoluzionando i loro processi produttivi, la coalizione internazionale Lead the Charge elabora annualmente una graduatoria che esamina le pratiche dei principali produttori di vetture elettriche.
L’edizione 2026 della Lead the Charge Auto Supply Chain Leaderboard presenta un quadro articolato: alcuni marchi stanno compiendo progressi tangibili verso catene di fornitura più ecologiche e responsabili, mentre altri faticano a tenere il passo. Nel contempo, le stesse normative europee che hanno favorito questi avanzamenti rischiano di perdere efficacia.
La graduatoria delle catene di fornitura automotive elettriche
Nella graduatoria 2026, Tesla emerge come l’azienda con la valutazione complessiva più elevata, raggiungendo il 49%. Immediatamente dopo troviamo Ford con il 45% e Volvo che ottiene il 44%. La top five viene completata da Mercedes-Benz e Volkswagen, evidenziando come diversi marchi europei stiano investendo con impegno nella sostenibilità delle loro reti di approvvigionamento.
L’analisi prende in esame 18 importanti case automobilistiche e attribuisce a ciascuna una percentuale che rappresenta gli sforzi compiuti per sviluppare catene di fornitura più ecologiche, trasparenti e attente ai diritti fondamentali.
La sequenza completa della graduatoria vede Tesla in vetta, seguita da Ford e Volvo. Mercedes-Benz e Volkswagen si posizionano rispettivamente al quarto e quinto posto, mentre BMW e Renault rientrano comunque tra i primi sette produttori. Successivamente compaiono il colosso cinese Geely, Hyundai e General Motors. A metà graduatoria si trovano Kia e Stellantis, seguite da Nissan e BYD. Nelle posizioni finali figurano Honda, Toyota e i gruppi statali cinesi GAC e SAIC.
Il dato più significativo riguarda tuttavia il livello medio di impegno dell’intero comparto. Il punteggio medio complessivo delle aziende esaminate è solamente del 25%, e nessun costruttore supera la soglia del 50%. Ciò dimostra che la trasformazione delle filiere industriali è ancora agli inizi, anche se gli esperti evidenziano che, implementando le migliori pratiche già esistenti nel settore, i risultati potrebbero raggiungere l’86%.
La graduatoria è elaborata dalla rete internazionale Lead the Charge, che riunisce organizzazioni ambientaliste, gruppi per la tutela dei diritti umani e investitori impegnati nella transizione energetica. Tra i membri figurano realtà come Sunrise Project, Rainforest Foundation Norway, Human Rights Watch, Public Citizen e Transport & Environment.
Materiali a ridotte emissioni, trasparenza e protezione delle comunità locali
L’analisi del 2026 evidenzia alcuni sviluppi positivi. Alcuni produttori stanno cominciando a sfruttare il loro potere industriale per ridurre le emissioni dei materiali più inquinanti impiegati nella fabbricazione dei veicoli.
Acciaio e alluminio costituiscono due delle componenti più energivore della produzione automobilistica. Per questa ragione aziende come Volvo e Mercedes-Benz hanno cominciato a investire in modo sostanziale nello sviluppo di materiali a ridotte emissioni, già incorporati in nuovi modelli elettrici come la Mercedes CLA e la Volvo ES90.
Un altro elemento in evoluzione riguarda il grado di trasparenza delle informazioni. I costruttori automobilistici stanno iniziando a rendere pubblici dati più dettagliati e specifici sulle loro catene produttive, permettendo a investitori, istituzioni e cittadini di valutare con maggiore precisione i progressi effettivi.
Il gruppo cinese Geely, ad esempio, comunica pubblicamente la percentuale di acciaio e alluminio a ridotte emissioni impiegata in diversi modelli, mentre aziende come Mercedes, Volkswagen e Tesla hanno iniziato a pubblicare rapporti dettagliati sulle materie prime utilizzate nelle batterie, come litio, cobalto e nichel.
Questi documenti descrivono anche le misure adottate per contenere l’impatto ambientale delle attività estrattive, dalla gestione delle risorse idriche allo smaltimento dei rifiuti, fino alla prevenzione dei danni agli ecosistemi locali.
Negli ultimi anni sta crescendo anche l’attenzione verso i diritti delle popolazioni indigene, spesso coinvolte nelle aree di estrazione dei minerali critici. Nel 2023 solo sei aziende avevano avviato iniziative specifiche su questo fronte. Oggi il numero è raddoppiato: 12 case automobilistiche su 18 stanno sviluppando politiche per proteggere queste comunità.
I progressi della filiera elettrica dipendono dalle regole europee
Uno degli aspetti più rilevanti evidenziati dalla graduatoria riguarda il ruolo delle normative europee. Molti dei progressi registrati negli ultimi anni non sono stati spontanei, ma sono stati stimolati da regole precise.
Il Regolamento europeo sulle batterie, ad esempio, impone ai produttori di vetture elettriche obblighi molto più stringenti rispetto a quelli previsti per i veicoli a combustione interna. Le aziende devono mappare l’intera catena di fornitura, effettuare controlli sui fornitori, garantire il riciclo delle batterie e monitorare l’approvvigionamento dei minerali critici.
Queste norme hanno spinto molte aziende a migliorare la tracciabilità delle filiere e ad aumentare la trasparenza. Allo stesso tempo, la crescente diffusione delle vetture elettriche sta creando nuove opportunità per l’utilizzo di acciaio e alluminio a ridotte emissioni, materiali che possono ridurre significativamente l’impatto climatico dell’industria automobilistica.
Il paradosso, però, è che proprio queste regole oggi si trovano sotto pressione. Alcune disposizioni chiave sulla due diligence delle batterie non sono ancora pienamente operative e la loro entrata in vigore è già stata rinviata di due anni.
Parallelamente, diversi costruttori automobilistici stanno esercitando pressioni politiche per rallentare alcune politiche climatiche europee, tra cui gli obiettivi di riduzione delle emissioni di CO₂ per auto e furgoni nuovi e il progressivo abbandono dei motori a combustione entro il 2035.
Secondo Esther Marchetti, Clean Transport Advocacy Manager di Transport & Environment Italia, i risultati della graduatoria dimostrano un aspetto molto chiaro: quando esistono normative ambientali solide, l’industria è in grado di migliorare rapidamente.
Per questo motivo, sottolineano gli autori del report, l’Unione Europea dovrebbe proteggere gli obiettivi climatici già fissati, difendere le norme sulla due diligence del regolamento batterie e introdurre nuovi strumenti per favorire l’utilizzo di materiali riciclati e a ridotte emissioni nel settore automobilistico.
La transizione verso la mobilità elettrica non riguarda solo le vetture che guidiamo. Riguarda soprattutto il modo in cui vengono prodotte. E proprio lì, lontano dai riflettori delle concessionarie e dalle campagne pubblicitarie, si gioca la partita più importante.
