Nibiru, ovvero la fine del mondo secondo Zecharia Sitchin

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«It’s the end of the world as we know it and I feel fine», «è la fine del mondo come lo conosciamo e io sto bene» così cantavano I R.E.M. (da poco scioltisi) nella loro «It’s the end of the world» ripresa anche da Ligabue con «A che ora è la fine del mondo?». La fine del mondo è una canzone, anzi più canzoni. E in questi giorni se ne parla ancora di più visto che secondo Harold Camping domani, 21 ottobre, sarà una data da non dimenticare.

La fine del mondo è un film, anzi un intero genere cinematografico, capace anche di sfornare pellicole in grado di sbancare ai botteghini come Deep Impact, Armageddon o, più di recente, 2012. La fine del mondo, inutile nasconderlo, è anche un business. Argomento capace di attirare l’attenzione, dunque pubblico, dunque incassi.

Non c’è da stupirsi quindi se intorno a una questione così seria si affollano teorie più o meno strampalate e se nei dintorni degli scienziati, di tanto in tanto, si affacciano anche menti creative e dotate di fervida fantasia, oltre a qualche cialtrone. In un panorama così ampio e variegato, impossibile non notare la figura di Zecharia Sitchin. Scrittore azero naturalizzato statunitense, spentosi a New York nel 2010, all’età di 88 anni.

Le sue teorie apocalittiche non godono affatto di grande considerazione nell’ambito della comunità scientifica, ma registrano un seguito popolare non comune. Il fulcro delle elucubrazioni di Sitchin, basate su una reinterpretazione forse troppo creativa dei testi sumeri, è il pianeta Nibiru.

Si tratterebbe (il condizionale è d’obbligo) del decimo e ancora sconosciuto pianeta del sistema solare, che originerebbe la catastrofe impattando con la Terra. Gli addetti ai lavori smentiscono con decisione, negando l’esistenza del pianeta o che una qualsiasi orbita dei pianeti conosciuti porti a una collisione con la Terra. Forse quindi, soltanto un’opera di fantascienza rivestita alla meno peggio di credibilità. Forse.

Damiano Verda

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