Dimmi come scrivi e ti dirò quanto Facebook sa di te

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Il linguaggio che utilizziamo influenza la possibilità di Facebook di avere informazioni su di noi. E più questo linguaggio è diretto, più il famoso social network ha la possibilità di conoscerci a fondo.

È quanto sostiene un nuovo studio svolto dal Facebook’s Compassion Research Team, un gruppo di ricercatori che si occupa di esaminare le reazioni suscitate dai vari elementi pubblicati sul social network.

La ricerca ha evidenziato come sottili cambiamenti nella scelta delle parole - modifiche che alterano il tono e non il senso della frase - possano incidere sul modo in cui le persone reagiscono, ed offre un quadro immediatamente chiaro sul modo in cui le società di mercato riescano ad utilizzare sottili differenze nel linguaggio per spingerci a comportarci nel modo in cui desiderano loro.

Per esempio, in un test condotto su utilizzatori adolescenti, il gruppo di ricerca di Facebook ha scoperto che sostituire la parola “segnalare” con “questa foto (o questo post) è un problema” triplicava il numero delle persone che sceglievano di indicare le foto controverse dal 3 al 10%, e quasi raddoppiava il numero di coloro che taggavano i posts imbarazzanti dall’8 al 15%. Anche la frequenza con cui gli individui inviavano messaggi agli amici che avevano caricato il contenuto problematico cresceva dal 14 al 21% nel caso di immagini e dal 4 all’11% nel caso di stati personali caricati.

Abbiamo imparato nel nostro gruppo di ricerca che gli adolescenti sono spaventati dal fatto che cliccando la parola “segnala” potrebbero mettere nei guai gli amici, quando ciò non è loro intenzione” spiega Arturo Bejar, un ingegnere di Facebook che è a capo del Compassion Research Team.

In un altro test, la sostituzione del vago “nascondi/segnala come spam” con “non voglio vedere questa cosa” ha portato ad una crescita del 58% nel numero di persone che fornivano un feedback ai vari post.

Questi risultati “vanno contro tutto ciò che uno potrebbe insegnare sulla scienza del computer” afferma Bejar. L’opinione comune ritiene che il minor numero di parole conduca al più alto indice di risposte online, ma facendo l’opposto – utilizzando cioè più parole – il team ha scoperto che Facebook viene aiutato ad ottenere più informazioni dai suoi utenti.

Il gruppo guidato da Bejar ha condiviso questi risultati in occasione di un evento che si è svolto all’inizio del mese di dicembre, durante il quale i ricercatori hanno anche sottolineato come l’immissione di un linguaggio informale incoraggi le persone a risolvere le controversie per conto proprio. In precedenza, invece, i contenuti segnalati venivano inviati direttamente all’area di Facebook addetta alla moderazione.

Se un utente desidera che una sua foto venga rimossa da Facebook si apre una finestra che chiede per quale motivo non gli piaccia la foto, offrendogli cinque possibilità tra cui scegliere per rispondere. Durante la conferenza, Facebook ha spiegato che riformulando le risposte multiple per farle sembrare più colloquiali - passando quindi da “imbarazzante” a “questo è imbarazzante” - si riduce la probabilità che le persone rinuncino a segnalare la foto (dal 13 all’11%) ed aumenta la probabilità che scelgano tra le possibili risposte offerte quella che prevede “altro” e dunque un’emozione, un sentimento non contemplati tra quelli proposti.

Dopo aver selezionato una delle opzioni, Facebook guida l’utente ad inviare un messaggio alla persona che ha postato la foto. Anche in questo caso, un sottile cambiamento nelle parole scelte influenza la decisione: i ricercatori hanno scoperto che il 52% degli utenti invierà un messaggio leggendo “Hey amico, c’è qualcosa che mi infastidisce in questa foto. Ti dispiacerebe toglierla? Grazie” Mentre sarà il 55% ad inviare il messaggio leggendo “Vuoi rimuoverla per favore?” con l’aggiunta dunque di un tono più enfatico. Lo scarto di percentuale è minimo, ma comunque indicativo del fatto che una piccola modifica può fare una grande differenza nella comunicazione.

Come si spiega tale differenza? Dacher Keltner, professore di psicologia all'University of California a Berkeley, spiega che precedenti studi hanno dimostrato che un linguaggio improntato al politically correct ha alcuni attributi chiave che è stato dimostrato favoriscono la cooperazione. “Ci sono alcuni semplici accorgimenti, come l’essere indiretti, l’esprimere le proprie richieste in modo attenuato, ed utilizzare le formule base di un linguaggio educato” che possono portare ad un maggiore consenso, afferma Keltner. Bejar e i suoi colleghi collaborano frequentemente con quelli che vengono definiti gli strateghi dei contenuti di Facebook, che modellano l’impronta stessa del sito, aiutando a denominare e descrivere nuove caratteristiche.

Alicia Dougherty-Wold, che supervisiona questo gruppo, ha dichiarato che Facebook si impegna in favore della semplicità nel linguaggio scelto, perché ciò fa sembrare il sito più veloce e perché ciò lo rende più semplice da aprire per i suoi utenti.

Se Facebook ha un’impronta discorsiva, allora mi sentirò più a mio agio nel condividere qualcosa, sia essa semplice o profonda” sostiene Dougherty-Wold, che ha rilasciato le sue dichiarazioni lo scorso anno, in occasione di un’intervista per l’Huffington Post.

Francesca Di Giorgio

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