Protesi biodegradabili: dai crostacei un biomateriale per ricostruire i nervi

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Biotech e neuroscienze: dai crostacei si potranno ricavare protesi biodegradabili. È l'intuizione di alcuni scienziati dell'Hannover Medical School che, insieme con gli studiosi dell'Università di Torino, hanno verificato che, grazie al guscio dei crostacei derivato dagli avanzi dell'industria alimentare, si potrebbero riparare le lesioni di carattere nervoso.

Il segreto sta nel chitosano, che si forma trattando la chitina, che solitamente si ricava dall'esoscheletro dei crostacei (granchi, gamberi, ecc.), con una soluzione acquosa basica.

Gli scienziati vedono nelle protesi nervose in chitosano una promettente alternativa all'autotrapianto, dal momento che sono in grado di fornire alle fibre nervose un vero e proprio tunnel attraverso il quale hanno la possibilità ricrescere.

Un grande passo in avanti per la medicina rigenerativa e la chirurgia ricostruttiva, anche perché queste protesi presentano il vantaggio di essere stabili e biodegradabili nel medio periodo: il chitosano, infatti, si dissolve nel corpo dopo alcune settimane. Inoltre, le protesi in chitosano sono biologicamente compatibili, facili da suturare chirurgicamente e garantiscono un recupero funzionale dei nervi lesionati simile in molti aspetti a quello degli innesti auto trapiantati. Inoltre, il fatto che, per la loro produzione, vengano utilizzati prodotti di scarto dell'industria alimentare, significa che l'ottenimento della materia prima ha un esiguo impatto ambientale.

In ogni caso, gli studiosi dovranno ancora effettuare trials clinici controllati in ospedali di diversi paesi europei, che permetteranno di definire tutte le potenzialità che questo nuovo strumento presenta.

Il progetto di ricerca, infatti, si concluderà solo nel 2015 ed è finanziato dall'Unione Europea per un totale di 5,9 milioni di euro. Lo studio, pubblicato sulla rivista scientifica Biomaterials, porta la firma del consorzio internazionale Biohybrid che riunisce centri di ricerca e imprese distribuiti tra Germania, Spagna, Portogallo, Israele, Svezia e, per l'Italia, l'Università di Torino con il NICO - Neuroscience Institute Cavalieri Ottolenghi e il Dipartimento di Scienze Cliniche e Biologiche.

Germana Carillo

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