Creato negli Usa il primo rene biotech 'riciclato'

Rene artificiale MGO

Il rene artificiale sperimentato al Massachusetts General Hospital (Mgh) di Boston (Usa) potrebbe far dire stop alla dialisi, trattamento salva vita per molte persone affette da gravi insufficienze renali, che però comporta lunghe degenze e una qualità della vita non certo ottimale. La ricerca, guidata da Harald Ott, è stata testata con successo solo sui topi, ma i risultati ottenuti inducono a nutrire speranza anche per gli esseri umani.

L’organo ottenuto è in realtà diverso dai tentativi condotti anche in passato, in quanto non del tutto artificiale, ma ricavato rigenerando tessuti reali. In particolare gli scienziati hanno innanzitutto prelevato un rene da un ratto donatore, spogliandolo delle componenti cellulari. In questo modo hanno ottenuto una sorta di “organo scheletro”, contenente solo l’impalcatura proteica.

Questo “pro-rene” è stato dunque posto in un bioreattore (una speciale teca contenente ossigeno e nutrienti), e ripopolato infondendo cellule di rene di ratto neonato e staminali umane. Il tutto è avvenuto attraverso sottili tubi attaccati all'uretere (il condotto che porta l'urina dal rene alla vescica), all'arteria e alla vena renali.

In questo modo, hanno spiegato gli studiosi, si riduce di molto il rischio di rigetto, una delle complicazioni più temute dei trapianti, in quanto l’impalcatura, inerte, non è in grado di generare risposta immunitaria da parte dell’individuo che riceve l’organo. "L'unicità di questo approccio è che l'architettura dell’organo originario è conservata, tanto che l'innesto risultante può essere trapiantato proprio come un rene donatore e collegato al sistema vascolare e delle vie urinarie del destinatario” ha infatti commentato Ott.

La funzionalità verificata in laboratorio ha in realtà permesso di ottenere il 23 per cento dell’urina prodotta normalmente, ma il rene rigenerato è in grado di farlo senza formazione di coaguli e senza sanguinamento. E questo è già un dato molto incoraggiante. Trapiantato nel topo la performance è stata minore, il 5 per cento rispetto a un rene sano. Tuttavia, secondo Ott, se si ottenesse un rene con una funzionalità tra il 10 e il 15 per cento rispetto al normale si potrebbe già pensare di poter rendere i pazienti indipendenti dalla dialisi.

Le speranze sembrano dunque concrete. “Se questa tecnologia potrà essere applicata anche a innesti di dimensioni umane – ha continuato il ricercatore - i pazienti affetti da insufficienza renale che sono attualmente in attesa di reni di donatori potrebbero teoricamente ricevere nuovi organi derivati ​​da loro stesse cellule.

Il lavoro è stato pubblicato su Nature Medicine.

Roberta De Carolis

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