Il Metodo Stamina funziona? Intervista doppia a Vannoni e De Maria

Vannoni DeMaria

Una vicenda complessa, quella che vede come protagonista il prof. Davide Vannoni e il suo Metodo Stamina, che passa per polemiche e critiche, per risultati positivi su bambini affetti da gravi patologie. Il dibattito è sfociato nel recente sì del Parlamento alla sperimentazione per 18 mesi della sua terapia basata sulle cellule staminali. Per saperne di più abbiamo deciso di chiedere direttamente al Prof. Davide Vannoni di spiegarci in cosa consiste il suo metodo, ponendo le stesse domande anche al Prof Ruggero De Maria, direttore scientifico dell'Istituto Nazionale Tumori Regina Elena di Roma.

NM: In cosa consiste il metodo Vannoni? Com'è nato e quando è stato sperimentato per la prima volta con successo?

DV. Questo metodo ha subito molte migliorie ma la radice profonda è in un'università in Ucraina. Dopo una fase di sperimentazione sull’animale è stato applicato sull’uomo nel 1998, quindi circa 15 anni fa. I pazienti trattati allora in ambito universitario e negli ospedali militari furono circa un migliaio. E nessuno ebbe poi effetti collaterali da questa terapia, neanche nel medio-lungo termine. La metodica consiste essenzialmente nel prelievo di cellule dallo stroma osseo, cioè dalla parte spugnosa dell’osso, che poi vengono coltivate per circa 3 settimane, dopodiché vengono divise per le varie iniezioni che si riescono a fare – in genere sono circa 5 iniezioni nell’arco di un anno – e congelate. Al bisogno, quando il paziente necessita dell’iniezione, vengono scongelate e reinfuse. Vengono infuse sia per endovena, sia quando parliamo di malattie neurodegenerative, in spinale, cioè attraverso il liquor spinale. Le cellule possono essere ulteriormente indirizzate a cellule anticipatorie del sistema nervoso, della linea neuronale. E lì vengono già settate con questa differenziazione. In realtà differenziamo già cellule del fegato, delle ossa, abbiamo lavorato sulla differenziazione delle cellule del pancreas, delle cellule cardiache e piano piano stiamo studiando altri tipi di cellule nei quali differenziare le nostre staminali di base.

RDM. Dall’analisi dei due brevetti di Vannoni, datati 2010 e 2012, il metodo consisterebbe nel prelievo di sangue midollare da cui vengono purificate delle cellule staminali mesenchimali. Queste cellule verrebbero poi trattate con una soluzione alcolica contenente acido retinoico per indurre un differenziamento in senso neuronale. Il metodo sembrerebbe nato nel 2004 in Russia. Tuttavia l’assenza di pubblicazioni pone dei seri dubbi sulla sua validità. Inoltre, da tecnico, i brevetti mi sembrano molto deludenti.

NM: Cosa ha significato, secondo Lei, l'approvazione del Metodo Stamina attraverso il decreto Balduzzi?

DV. Il Senato ha fatto un emendamento che avrebbe permesso di curare migliaia di pazienti nell’ambito di una sperimentazione. Parliamo sempre di pazienti che non hanno alcun tipo di alternativa farmacologica e di alcun tipo, quindi pazienti destinati a morire generalmente nel breve termine. Il Parlamento ha modificato l’emendamento e l’ha trasformato in una mini-sperimentazione che sarà fatta su pochi casi con l’obbligo di utilizzare un laboratorio farmaceutico per la produzione ma lasciando intatta – almeno così ha dichiarato a voce – la metodica della Stamina. Non è né carne né pesce, perché non è una metodica farmaceutica ma viene fatta dentro uno stabile farmaceutico. Non vedo una grande soluzione da questo se non la limitazione del numero di pazienti che possono accedere a questa sperimentazione.

RDM. Il decreto Balduzzi non ha approvato il metodo Stamina, ma ha solo cercato di portarlo entro i canoni della sperimentazione controllata, in modo tale da ridurre i rischi per i pazienti e permettere di verificarne l’efficacia e la riproducibilità attraverso il controllo delle procedure.

NM: Quali tipi di patologie potranno beneficiare del trattamento col Metodo Stamina?

DV. Per quello che riguarda la sperimentazione saranno al massimo un paio di patologie perché di più non si potrà fare dato il numero esiguo di pazienti che si possono reclutare, mentre invece agli Ospedali di Brescia dove continuano le somministrazioni per i casi compassionevoli, lì noi stiamo applicando su tra grandi aree di patologie: le patologie neurodegenerative del sistema nervoso centrale e periferico, come il Parkinson e l’Alzheimer, le patologie genetiche, prevalentemente quelle da accumulo – stiamo trattando malattie come la leucodistrofia metacromatica e la Sma – e patologie auto-immuni sulle quali adesso si cominciano ad affacciare i primi pazienti, sappiamo che c’è una buona efficacia della metodica, in particolare abbiamo pazienti con la sclerosi multipla che accederanno alla terapia. Speriamo adesso che si allarghino perché abbiamo molte richieste di pazienti con Lupus, morbo di Crohn, coliti ulcerose, malattie auto-immuni importanti.

Per il resto, stanno arrivando diversi pazienti che dovranno fare sempre il percorso, con danni retinici, maculopatie, retinite pigmentosa e retinite diabetica. Le patologie sono tante, però ricordiamo che non stiamo somministrando un farmaco, ma una cellula che è un agente attivo in grado di svolgere le sue funzioni su più carenze dell’organismo, non su una sola. Le cellule staminali sono quelle con cui il nostro organismo si mantiene in vita, hanno già un programma riparatore loro che può toccare più aree patologiche, più patologie.

RDM. Temo nessuna, perché manca una solida base scientifica.

NM: Il Metodo Stamina è stato a lungo al centro di dibattiti, tra favorevoli e contrari. Perché? Quali sono i punti di forza? E quali i punti deboli?

DV. Il punto di forza del metodo, secondo me in base all’esperienza che abbiamo, all’esperienza anche raccolta in passato dai biologi che ne svilupparono una parte, è che funziona. Che poi lo si debba dimostrare attraverso una ricerca scientifica non lo metto in dubbio, infatti ci stiamo muovendo nell’ottica di una sperimentazione. È chiaro che avremmo preferito la prima versione della sperimentazione, non questa proposta dal Parlamento. Le polemiche sono molto sterili, illustri scienziati che si inalberano perché si sta applicando una legge dello Stato per fare cure compassionevoli stanno parlando se non altro fuori dal loro campo perché nessuno stava parlando di sperimentazione ma di terapie fatte secondo la legge dello Stato, la legge Turco-Fazio, in un ospedale pubblico, gratuitamente e con l’approvazione dei comitati etici, quindi mi sembra che abbiano giocato fuori dal loro campo di gioco. Per il resto le polemiche lasciano il tempo che trovano. Se si farà questa sperimentazione credo che i dati saranno sufficienti per placare gli animi, anche i più iracondi.

RDM. Perché l’Italia è un paese che non ha cultura scientifica. La ricerca è poco valorizzata dalle istituzioni che hanno scarso rispetto per la scienza. Il risultato è che molte persone in buona fede, ma prive di cultura scientifica, come Celentano e la Lollobrigida, hanno creduto in un’illusione o in un sogno. Non vedo punti di forza, se non quella che mi sembra l’illusione di alcuni familiari disperati che, non avendo accesso a studi clinici seri, basati su solide evidenze scientifiche, si rivolgono al metodo Stamina.

NM: Le cellule staminali ed in particolare il metodo Vannoni sembrano aver dimostrato sul campo di aver sortito dei benefici su alcuni pazienti, soprattutto in età infantile. Come è stata provata l'efficacia del metodo? E come può essere ulteriormente confermata? Perché la comunità scientifica è insorta sostenendo che non ci siano prove che funzioni?

DV. I pazienti reclutati a Brescia sono stati seguiti attraverso un protocollo di valutazione, certamente migliorabile. Molti pazienti hanno anche valutazioni esterne fatte da altri medici di altri ospedali, quindi è giusto che più dati si raccolgono meglio è. Indubbiamente, questo è da ricordare, i risultati sono però sui singoli pazienti. Ad oggi, l’unica cosa che hanno in comune i singoli pazienti è che nessuno ha effetti collaterali, anche a distanza di quasi due anni dall’inizio delle terapie. In secondo luogo, praticamente tutti i pazienti hanno risposto, chi più chi meno, con risultati significativi. Ma come ho sempre detto, per esempio parlando del caso di Celeste della Sma, non abbiamo trovato la cura per la Sma, abbiamo trovato la cura per Celeste. Parlando di trapianti, bisogna considerare che sono fatti su una persona, e quindi su questa persona possono avere dei risultati diversi da quelli su un’altra persona. Ricordiamo che neanche i farmaci funzionano allo stesso modo su tutti, ci sono persone che rispondono bene a un farmaco, ci sono persone che non rispondono per niente e persone che hanno degli effetti collaterali. Diciamo che almeno a noi questi effetti collaterali mancano.

RDM. L’efficacia non è stata provata. La comunità scientifica ha delle regole che impongono rigore, procedure certe e riproducibilità dei risultati. L’episodio aneddotico, seppure esistesse, non proverebbe nulla. Se è vero che sono stati trattati circa 80 pazienti, occorre pubblicare i dati. Finora non è stato pubblicato neanche un “case report”. Non ci si improvvisa ricercatori o sperimentatori clinici. Occorrono decenni di studio, di ricerca intensa e di produzione scientifica di alto livello per potersi cimentare in un trial clinico con cellule staminali.

NM: Cosa si può fare, a Suo avviso, per limitare, se possibile, i tempi della sperimentazione, facendo sì che una potenziale cura possa rientrare nelle scelte terapeutiche operate dai medici?

DV. La comunità scientifica ragiona all’interno di protocolli di ricerca. Questo è come la scienza funziona, però il fatto che questi scienziati che ci hanno criticato tanto – e che ricordo sono una piccola fetta, non tutta la comunità scientifica – si siano lamentati così tanto e con tanta iracondia andando da Nature a far scrivere due editoriali, ad un certo punto mi fa pensare che gli interessi non siano quelli della scienza ma altro. D’altro canto bisogna anche dire che la scienza non può funzionare coi paraocchi per cui studia solo quello che entra in laboratorio. Se ci sono dei fenomeni che stanno succedendo, questi scienziati magari invece di farsi belli e cercare di farsi pubblicità sui giornali o in televisione, avrebbero fatto bene a chiedere le cartelle cliniche a Brescia attraverso il Ministero, credo che nessuno le avrebbe negate. E magari interessarsi di un fenomeno, per quanto non scientifico, ma che si stava verificando. A quel punto il loro sarebbe stato un giudizio scientifico, non politico.

La sperimentazione durerà 18 mesi e probabilmente sarà su un paio di malattie. Ed è già una sperimentazione veloce, devo dire che i tempi sono giusti, non posso lamentarmi, non posso dire che dovrebbe essere di due mesi. Però dall’altra parte due malattie non saranno tutte le malattie. Tra l’altro, se le sceglierà il Ministero bisognerà vedere che patologie saranno, se saranno significative e una volta finita la sperimentazione potranno curare molte persone o se saranno patologie che riguardano magari 15 casi in tutta Italia, che hanno tutto il diritto di essere curati ma che potrebbero tranquillamente essere curati tutti attraverso le terapie compassionevoli di Brescia, senza bisogno di ricorrere alla sperimentazione.

RDM. La ricerca clinica passa attraverso tre fasi. La fase I si esegue con pochi pazienti e serve a valutare le dosi e la sicurezza. Nella fase II si ha un’idea più precisa degli effetti collaterali e si comincia a valutare l’efficacia. Nella fase III si valutano molti pazienti per capire se la terapia può essere approvata e resa disponibile a tutti. In alcuni casi si è avuta un’approvazione della terapia anche solo dopo la fase I perché i risultati clinici sono stati eclatanti.

NM: Quali sono, secondo Lei, le prospettive presenti e future della medicina rigenerativa? In che modo potrà incidere sulla cura di malattie che oggi ancora hanno prognosi infausta?

DV. Dal mio punto di vista sono enormi, andranno a sostituire la maggior parte delle protesi, d’anca o del ginocchio, andranno a sostituire tutta una serie di farmaci che diventeranno obsoleti e andranno a curare patologie per le quali non ci sono farmaci. È ovvio che stiamo guardando un mondo dal buco di una serratura, noi riteniamo di avere un’ottima metodica ma tra 10 anni probabilmente questa metodica potrà essere cento volte più potente. Oggi stiamo lavorando con quello che abbiamo scoperto ed è giusto che ogni tanto la scienza faccia qualche balzo e non solo invece piccoli passi in direzioni ben definite. In ballo c’è la salute di milioni di persone che oggi rimangono senza terapie. È una speranza concreta, almeno da quello che vediamo dai risultati ottenuti a Brescia, quelli più riconosciuti a livello ufficiale. Parlando di questi ultimi devo dire che le speranze sono su questi pazienti delle concretezze.

RDM. Purtroppo sarà un processo lento perché, come dicevo prima, le difficoltà sono tante. Le aziende farmaceutiche non investono volentieri sulle terapie cellulari perché sono difficili da eseguire e necessitano di molti investimenti senza garantirne. Anche in Italia, i successi più importanti sono stati raggiunti da gruppi accademici. Pertanto il successo dipenderà dai finanziamenti sulla ricerca.

Francesca Mancuso

Roberta De Carolis

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