Alzheimer: per curarlo si studia un farmaco anti-cancro

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Il bexarotene, molecola già in uso per combattere i tumori della pelle, è attiva anche contro l’Alzheimer. Nei topi infatti ripulisce il cervello dagli accumuli di beta amiloidi a placche, che causano progressiva perdita di attività cognitiva. Lo hanno scoperto i ricercatori dell’Università di Pittsburgh (Pennsylvania, Usa), guidati da Gary Landreth, che si augura di poter presto ripetere con successo l’esperimento anche sugli esseri umani.

Il morbo di Alzheimer è una malattia neurodegenerativa, attualmente priva di una terapia risolutiva, che colpisce prevalentemente individui in età senile (sopra i 65 anni), ma può sopraggiungere anche in età presenile. È purtroppo sempre più diffusa: nel 2006 infatti i malati nel mondo erano 26,6 milioni (800 mila in Italia) e le stime indicano un sensibile aumento dei casi, fino a una persona su 85 entro il 2050.

A questo si associa un’ingente spesa sociale: il costo economico per la cura dei pazienti affetti da Alzheimer a livello mondiale è infatti di circa 600 miliardi di dollari all’anno (circa 450 miliardi di euro), con aumento stimato dell’85 per cento entro il 2030. Questi numeri rendono la malattia uno degli oneri con maggior impatto economico per i sistemi sanitari nazionali e le comunità sociali dell’intero pianeta.

Le cause della grave patologia non sono ancora del tutto chiare. Quello che la medicina attualmente rileva è un accumulo nel cervello di frammenti di proteine chiamate beta-amiloidi, che ostacolano la corretta comunicazione tra i neuroni, causando i sintomi tristemente noti a chi si trova di fronte ad un soggetto colpito (perdita di memoria, irritabilità, difficoltà nel linguaggio, sbalzi di umore, fino ad arrivare a gravi disturbi nelle funzioni sensoriali).

Gli interventi attuali sono tutti tesi a moderare il progredire dei sintomi della malattia, quindi con effetto palliativo, mediante la sinergia tra farmaci e terapie cognitive, comportamentali e psicosociali. In molti casi il peggioramento dei sintomi del morbo rallenta, e talvolta si ottiene un discreto incremento della qualità della vita, ma in nessun caso una regressione.

La scoperta dei ricercatori di Pittsburgh, se confermata sugli esseri umani, potrebbe dunque avere un impatto incredibile sulla salute mondiale, con potenziali ripercussioni anche su altre patologie neurodegenerative di simile origine. “Il bexarotene è sicuro, e riesce ad aggredire i tumori alla pelle; potremmo provarlo sui pazienti affetti da Alzheimer: potrebbe valerne la pena”, afferma Rada Koldamova, neuroscienziato coautrice dello studio.

I ricercatori sono arrivati al bexarotene in quanto era già noto che la molecola induceva, seppur in modo indiretto, la produzione di un’altra proteina, chiamata apolipoproteina (ApoE), in grado di degradare le beta amiloidi. “Se riuscissimo a far produrre al cervello più ApoE, questa proteina avrebbe un effetto aumentato –racconta Landreth- Allora ha messo gli occhi sul bexarotene, un farmaco per via orale dai noti effetti su un’altra proteina nota per attivare il gene dell’ApoE”.

Il farmaco per quanto ne sappiamo ora lavora abbastanza bene nei modelli murini della malattia -precisa tuttavia lo scienziato -Il nostro prossimo obiettivo è capire se funziona in maniera simile anche in pazienti umani. Siamo solo al primo stadio di trasformazione per poter fare di questa ricerca di base un vero trattamento”.

Il lavoro è stato pubblicato su Science.

Roberta De Carolis

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