Violento terremoto entro due anni in Sicilia? Intervista all'ing. Martelli dell'Enea

Foto Martelli 550

I sismologi hanno lanciato un’allerta secondo la quale nel Sud del nostro Paese potrebbe verificarsi un terremoto di elevata intensità entro due anni. E Alessandro Martelli, Assistente del Direttore Generale dell’Enea per lo sviluppo di tecnologie antisismiche e già Direttore del Centro Ricerche di Bologna dell’Agenzia, da molto tempo dichiara che in caso di sisma il 70-80 per cento dei nostri edifici è a rischio crolli. Per questo è parte attiva di un’indagine conoscitiva sullo stato della sicurezza sismica in Italia svolta dalla Commissione Ambiente della Camera dei Deputati. In considerazione della delicatezza di questa problematica, abbiamo contattato direttamente l’ingegnere, che ha accettato di rispondere ad alcune nostre domande in merito.

NM. Egregio prof. Martelli, a che punto siamo con l’indagine conoscitiva?

AM. Dunque, mi risulta che dovrebbe finire a fine mese, almeno così era programmato, perché, guardando l’atto in cui fu istituita l’indagine, si parla del 31 Ottobre. Non credo ci siano ulteriori prolungamenti. Tra l’altro il 15 di Novembre ci sarà alla Camera, nel primo pomeriggio, un breve convegno organizzato dall’On. Benamati, ingegnere che pure era collega dell’Enea, membro della Commissione Ambiente, che dovrebbe trarre qualche conclusione da questa indagine conoscitiva. Non credo che le cose si prolungheranno ancora, anche perché si va verso la fine della legislatura. Stanno continuando le audizioni. L’Enea in particolare è stata audita due volte, anche se in realtà la seconda audizione era la continuazione della precedente. La prima l’abbiamo avuta il 30 Maggio. Credo fosse la prima in assoluto.

NM. Alcuni giornali hanno riportato una sua dichiarazione secondo cui dovrebbe scatenarsi un violento terremoto in Sicilia entro i prossimi due anni. Può confermarcelo?

AM. Intanto tengo a precisare che io sono ingegnere, anche se molti mi fanno passare per sismologo, una competenza diversa. I sismologi hanno fatto studi di geologia e, semplificando, potrei dire che arrivano a definire il movimento del terreno. Gli ingegneri come me, invece, partono da quel dato per valutare il rischio, perché il rischio è composto da tre parametri: uno è la pericolosità, definita appunto dai sismologi, il secondo è la vulnerabilità, ovvero la capacità di una struttura di reggere ad un terremoto (in funzione della sua entità), e questo lo facciamo noi ingegneri, e il terzo è l’esposizione, ovvero il valore che il bene assume (es. un museo, un ospedale) o le eventuali conseguenze del suo collasso o danneggiamento sull’ambiente e sulle persone (es. impianti chimici) in caso di incidente rilevante. Intanto questi allarmi non derivano da me: io li ho solo trasmessi. Sono preoccupazioni, più che allarmi, espresse dai sismologi, o meglio da una delle scuole di sismologia (la sismologia ufficiale certe cose ancora non le accetta bene), che derivano, per quello che riguarda l’Italia, da studi condotti presso Università di Trieste e International Centre of Theoretical Physics, sempre di Trieste (in particolare dal prof Panza, che fu audito in 30 Maggio insieme all’Enea).

In contemporanea, per il Sud, ci sono preoccupazioni espresse da istituti internazionali non di secondo livello, come l’Accademia Russa delle Scienze. Tali istituti svolgono studi sui terremoti violenti a livello planetario, a differenza della scuola di Trieste, che si occupa dell’Italia e basta. Queste preoccupazioni, di ambedue le scuole, furono espresse già nel gennaio di quest’anno, e comunicate alla Commissione Grandi Rischi. Se ne parlò poi in una riunione in data 4 Maggio, quindi prima del terremoto in Emilia. Il primo marzo scattò anche una preoccupazione della scuola italiana, che si occupa di terremoti “più modesti”, anche per il Nord, e fu anch’essa manifestata in quella riunione, nella quale io ero presente come uditore. È stato il prof. Panza il relatore. La preoccupazione per il Nord scattò, dunque, dopo quella per il Sud, ma comunque prima del terremoto in Emilia, che poi si è verificato.

Ma vediamo che cosa sono queste preoccupazioni. Le scuole suddette fanno degli studi che si chiamano ‘Esperimenti di Previsione’: in base a terremoti un po’ più piccoli, ma non molto, di quelli che si temono per una certa zona, monitorati in modo continuo nel tempo, utilizzano una serie di algoritmi basati sull’analisi fisica dei fenomeni (meccanismo di sorgente, trasmissione delle onde, etc.). Quando questo monitoraggio mostra delle anomalie di comportamento, gli studiosi vanno ad esaminare il problema per capire se queste anomalie sono preoccupanti o meno. Se risultano preoccupanti scatta un cosiddetto allarme. I risultati delle analisi, in particolare, vengono distribuiti ad un certo numero di esperti (io, per esempio, li ho ricevuti, ma nella lista ci sono anche persone coinvolte a livello istituzionale). Pertanto, i primi di gennaio per il Sud e i primi di marzo per il Nord noi tutti della lista abbiamo ricevuto i rispettivi allarmi. Per fare un parallelo, è un po’ come se qualcuno si misurasse la temperatura corporea; se ad un certo punto questa ha un picco, si domanda se ha un raffreddore o la polmonite. Quindi, quando l’algoritmo mostra che è in atto una possibile polmonite, allora viene divulgato l’allarme.

Quindi non si tratta di previsioni in senso stretto. Non si possono prevedere, al di là di quello che qualcuno afferma, giorno e luogo esatto di un terremoto. Ci sono delle grosse incertezze, sia spaziali che temporali. Spaziali perché per disporre della base statistica necessaria per valutare se far scattare l’allarme o meno, la zona analizzata deve essere necessariamente grande, quindi si devono analizzare parecchi eventi significativi e non “terremotini” di magnitudo 1: bisogna andare a valori di magnitudo superiori a 4.

Dunque, per quanto riguarda il nostro Paese, per la scuola italiana di Trieste l’Italia è divisa in tre zone: Nord, Centro e Sud. Ma queste non sono strettamente quelle della cartina geografica, bensì le loro parti più soggette a rischio sismico. Il Nord, poi, inizia dalla ex - Jugoslavia e si incunea come una fascia stretta nel Centro, anche in parte in Abruzzo; il Sud, invece, inizia da metà Campania e si estende fino comprendere tutta la Sicilia; il resto è il Centro. Poi è evidente che, in base ai dati storici di terremoti violenti in quelle zone, ci si preoccupa di più e quindi si analizzano in dettaglio porzioni più limitate. Per esempio, per il Nord, risultava una maggiore preoccupazione per l’Emilia. Ma poi, al di là delle scosse principali, il terremoto del Garda, quello di Ravenna (ed ora credo anche quello di Piacenza), facevano comunque parte dello stesso fenomeno. L’epicentro si sposta, quindi un’analisi più stretta spazialmente non si può fare.

Parliamo ora di incertezza temporale. Per quanto riguarda l’Emilia si diceva: “Entro settembre”. Per il Sud invece l’incertezza temporale è anche più lunga: da qualche mese fino a 1-2 anni. Evidentemente sono degli studi, quindi c’è una possibilità di fallimento. In base alle applicazioni che sono state fatte fino ad ora, i modelli manifestano una “riuscita” del 70 per cento circa, quindi significativa. Per cui, quando scattano questi allarmi non c’è da stare molto tranquilli. Quando a marzo fu allertato il Nord, dei due algoritmi usati dagli italiani ne aveva fatto scattare l’allarme solo uno, e il terremoto è arrivato. Per il Sud (da metà Campania fino a tutta la Sicilia), purtroppo, tutti e due gli algoritmi italiani danno probabile un terremoto nel medio termine di magnitudo maggiore di 5,6.

I russi, che partono da una base dati nettamente diversa, perché studiano questi fenomeni a livello planetario, non hanno la suddivisione nelle zone che consideriamo noi, e nel loro studio allertano un’area che comprende la Sicilia orientale e la Calabria meridionale. Quindi non tutto il Sud, come allertano i modelli italiani, ma una zona, abbastanza vasta anche quella, concentrata, però, in quella parte del Sud Italia. E, purtroppo, i loro allarmi sono per terremoti di magnitudo tra 7,5 e 7,9.

Premesso tutto questo discorso, quindi grande incertezza temporale e spaziale, e possibilità di fallimento, la vicenda di cui stiamo parlando nello specifico nacque in realtà da qualcosa di molto più “antico”: la questione della sicurezza sismica degli impianti chimici siciliani, soprattutto di quelli di Milazzo e di Priolo. Da vent’anni l’Enea, che ha svolto indagini sul posto, così come l’Apat (l’attuale Ispra), lamenta l’assenza di conoscenza sullo stato di vulnerabilità sismica degli impianti chimici italiani, in particolare di quelli siciliani che si trovano nella zona suddetta, in cui nel passato si sono avuti violenti terremoti (quello del 1908 a Messina, ma ancor peggiore fu quello del 1693, quando la piana di Catania, dove si trova Priolo, fu rasa al suolo). Eventi “rari”, forse, ma anche in Emilia il terremoto del 20 maggio è stato un evento “raro” (l’ultimo, forse un po’ più violento, si era registrato nel 1570), ed è arrivato. Guardando la cosa da ingegnere, se i sismologi hanno ragione (e comunque se i terremoti ci sono già stati, prima o poi con tutta probabilità torneranno, quindi la questione si pone in senso assoluto, al di là delle loro previsioni), la cosa che preoccupa è la totale assenza di azioni concrete sulla sicurezza sismica degli impianti chimici, in particolare di quelli siciliani. Noi ci siamo mossi anche verso la Commissione Ambiente della Camera già nel 2011, e a settembre di quell’anno ci fu un’interrogazione parlamentare, presentata dal Presidente di quella Commissione, che denunciava l’assenza di queste azioni concrete. Il problema degli impianti chimici è totale: non esiste una normativa specifica per la loro progettazione sismica e sappiamo che, se cedessero, provocherebbero dei danni ambientali immensi e un numero enorme di vittime. Quando, il primo gennaio, furono comunicati gli allarmi dei sismologi citati, convinsi il Presidente della Commissione Ambiente della Camera a trasformare in risoluzione quell’interrogazione parlamentare. Ciò avvenne il 31 Gennaio e adesso i temi della risoluzione fanno parte di quelli affrontati nell’indagine sulla sicurezza sismica in Italia.

Perché, vede, il problema non si risolve in due giorni, e questo è chiaro, però, intanto, bisogna iniziare a fare qualcosa, come per tutto quel costruito italiano che non regge ad un terremoto. E poi c’è un problema urgente, che a mio avviso va affrontato in tempi rapidissimi: capire come la Protezione Civile debba intervenire quando si verifichi un evento del genere. L’organizzazione non ha alcuna esperienza di intervento nel caso di collasso grave di impianti chimici a seguito di un terremoto. Questo non è il crollo di edifici nelle città: è una cosa diversa.

I giornali hanno scoperto queste cose e ne hanno iniziato a parlare dopo il terremoto dell’Emilia, ma noi lo avevamo fatto molto prima. Solo che, naturalmente, fino a che il problema non c’è, nessuno se ne preoccupa. Poi, “toccare con mano” che pure in Emilia, che qualcuno riteneva esente da qualsiasi fenomeno sismico, il terremoto raro è avvenuto, ha scatenato la paura, frutto anche di una certa “coda di paglia”. Perché la gente da una parte non sa nemmeno come è la situazione della propria casa e dall’altra, però, sa che le Istituzioni non hanno mai fatto niente in termini di prevenzione sismica. Il 70 per cento almeno, forse l’80, del costruito italiano non è in grado di reggere al terremoto a cui potrebbe venire soggetto, e questo è frutto di decenni in cui non si è fatto niente. A me interessa questo: se fossimo in Giappone non mi importerebbe per niente che il terreno si muovesse o meno, perché quelle strutture reggono. Il movimento del terreno mi interessa perché noi abbiamo questi grossi problemi di vulnerabilità, anche in strutture che hanno un’enorme esposizione, come certi impianti chimici. La paura, però, va trasformata in volontà e richiesta di prevenzione: non si può tacere e far finta che non succederà niente, aspettando che giunga il terremoto. Bisogna ridurre il più possibile le conseguenze di questo evento, se mai avvenisse. Tanto, anche se non avverrà entro due anni, prima o poi verosimilmente tornerà. Quindi, se il problema non iniziamo a risolverlo adesso, lo regaleremo ai nostri discendenti, figli, nipoti o forse anche generazioni successive: però dovrebbe importarci qualcosa di loro, penso.

Noi vogliamo che questa preoccupazione entri nella testa della gente. Io ho ricevuto certe lettere, alcune di insulti, altre di senso opposto. Molti, però, a seguito delle mie risposte (ho risposto a tutti), poi hanno capito e sono arrivati a chiedere anche cose “banali”, su come possono proteggersi. Questo mostra che una delle cose che non si sono fatte e che bisogna fare (anzi, che queste preoccupazioni dovrebbero spingere a fare) è la corretta informazione della popolazione. La gente reagisce con il panico perché non ha la minima informazione sui comportamenti da tenere, sulle cose da verificare. È chiaro che non possiamo evacuare il Sud Italia per due anni, e nemmeno la Calabria meridionale e la Sicilia orientale, ma le Istituzioni possono verificare le strutture strategiche, come gli ospedali, le scuole, gli impianti “a rischio d’incidente rilevante”, possono iniziare una corretta informazione della popolazione su come ci si deve comportare, e possono ottimizzare il sistema di funzionamento della Protezione Civile. Queste sono le cose che si possono fare, e a questo servono gli studi dei sismologi che ho citato. Di più no, per il momento.

NM. Lei ci dice che almeno il 70 per cento del costruito italiano non è in grado di reggere ad un terremoto di una certa entità. Ma si può fare qualcosa sugli edifici già esistenti?

AM. Esistono molti metodi di intervento. Con le tecniche tradizionali gli edifici, pur se rinforzati, non rimarranno totalmente indenni, ma ci sono tecnologie, come l’isolamento sismico o altri sistemi di protezione, che consentono alle strutture di resistere integre anche a terremoti di grado elevatissimo. Il Giappone ne è un esempio: lì questi metodi si applicano a largo raggio. Certo, sull’esistente, lo storico, ci sono dei limiti, perché purtroppo quando arriva un terremoto violento, anche se non come quello che si teme al Sud (es. L’Aquila), gli edifici antichi non reggono. Non si può risolvere in toto il problema, ma lo si può alleviare di molto, costruendo il nuovo come va costruito, ed intervenendo sull’esistente con i limiti che ci possono essere. In Italia, se mi permette, c’è il vezzo di considerare tutto “antico”, anche le cose semplicemente vecchie, solo perché hanno più di cinquant’anni. Si dovrebbe, invece, iniziare a demolire le strutture che non hanno valore storico-artistico e che sono troppo vecchie e insicure, costruendone di nuove che siano sicure. Per esempio, le scuole: molte sono in edifici monumentali, e, sovente, il Ministero dei Beni Culturali non permette che siano toccate, per cui non si possono neppure migliorare simicamente. Allora mi verrebbe da dire: “Spostate i ragazzini”. Voglio dire: ci sono diverse strategie per proteggere al massimo la popolazione. È chiaro che noi non siamo in Giappone: lì fanno prima, perché di storico hanno poco. Noi abbiamo tanto di storico, sul quale è difficile intervenire, ma da qui a non fare nulla ne passa. Una delle cose che ho dichiarato alla Commissione Ambiente è che, con tutto questo pregresso sull’ammontare dell’edificato italiano non in grado di reggere al terremoto, non possiamo risolvere questa situazione da un momento all’altro, però bisogna cominciare da qualche parte. Gli ‘Esperimenti di Previsione’ che ho citato dovrebbero essere usati per stabilire delle priorità d’intervento. Se, per esempio, adesso scatta l’allerta al Sud, andiamo ad esaminare nel Sud le strutture più importanti e, quanto meno, mettiamo a posto quelle.

Non sono soldi buttati via. Noi speriamo che i sismologi non abbiamo ragione ora, ma, purtroppo, prima o poi l’evento temuto arriverà e, quindi, comunque, ciò che faremo lo faremo per il futuro. Nel giro di 50-60 anni si potrà recuperare anche la spesa, perché intervenire dopo il terremoto, invece che prima, costa 3 volte di più, a parte i morti. Anche dal punto di vista economico, se uno comincia a mettere a posto da qualche parte, non viene ripagato immediatamente, ma se si mette a bilancio una spesa di tot per la prevenzione ogni anno, nel giro di qualche decina di anni si può risolvere il problema. Oltre a salvare vite umane (perché così si salvano, e questo è il dato più importante), si guadagna anche dal punto di vista economico. Tanto questi soldi prima o poi bisognerà trovarli.

NM. Lei ha prima citato l’isolamento sismico come tecnica per rendere gli edifici meno vulnerabili nei confronti di un violento terremoto. Ma è legge in Italia usarla per i nuovi edifici?

AM. No, l’isolamento sismico è tra i metodi previsti, ma non è obbligatorio utilizzarlo. In realtà io credo che ciò sia anche corretto: imporre l’uso di una determinata tecnologia non è la cosa migliore, perché la tecnologia evolve rapidamente. Più che altro bisognerebbe imporre dei requisiti che poi portino di conseguenza all’uso delle migliori tecnologie, tra le quali una, attualmente, è l’isolamento sismico. Per esempio, invece di dire che un ospedale va isolato sismicamente, si potrebbe imporre che un ospedale debba rimanere assolutamente integro e perfettamente operativo anche durante e dopo un terremoto molto violento (definendo magari fino a che livello). Così, automaticamente, l’unica tecnologia che può garantire questo adesso è l’isolamento sismico.

C’è un solo paese al mondo in cui l’utilizzazione dell’isolamento sismico (negli edifici pubblici) è legge: l’isola della Martinica, che è un territorio francese d’oltremare, perché i francesi hanno iniziato ad occuparsi di queste problematiche molto presto e perché è un’isola molto sismica, con grandi difficoltà di organizzazione dei soccorsi in caso di terremoto. Questo è l’unico paese al mondo che impone l’uso di una specifica tecnologia. Mentre l’imposizione dei requisiti di totale integrità delle strutture strategiche e pubbliche c’è in molti paesi. Qui in Italia, invece, a L’Aquila l’ospedale San Salvatore si è danneggiato e in occasione di altri terremoti sono crollate le scuole.

Redazione NextMe.it

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