Nucleare, addio. Ma quale sarà la fonte energetica del futuro?

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Il 12 e 13 Giugno si vota ed è ormai deciso: si vota su tutto. Nessuno sconto, nessun rinvio, ma soprattutto nessuna moratoria: se il 50 per cento +1 degli italiani si pronuncerà con una maggioranza di sì, sarà fermato il nucleare per sempre, l’acqua rimarrà un bene pubblico, non gestibile da ditte e lobby private, e si riaffermerà il principio che la legge è uguale per tutti, e quindi, se un qualunque cittadino è accusato di un crimine, è obbligato a presentarsi in Tribunale, senza deroghe solo perché, ad esempio, è il Capo del Governo.

Al centro di questo dibattito, il tema del nucleare è quello che ha suscitato più polemiche per diverse ragioni. Innanzitutto perché sull’energia nucleare gli italiani erano già stati chiamati ad esprimersi –ricordiamolo- 8 e 9 Novembre 1987, quando, superato largamente il quorum con un deciso 65 per cento dei votanti, circa l’80 per cento di loro disse NO al nucleare. Ma, nonostante questo, l’attuale governo ha recentemente fatto del ritorno a questa fonte energetica uno dei capisaldi della sua linea programmatica.

Altra questione scottante riguarda il Decreto Omnibus, approvato definitivamente –attraverso l’ottenimento della fiducia- il 24 Maggio scorso e promulgato dal Capo dello Stato due giorni dopo, nel quale, tra le altre cose, il Governo ha cancellato le norme sulla costruzione degli impianti di energia elettronucleare, ma solo in via palesemente provvisoria. Una manovra per aggirare il referendum, sostengono i promotori. E la Cassazione in effetti, l’1 Giugno, ha dato loro ragione, ammettendo il quesito sul nucleare, ma trasferendolo dalle norme approvate in precedenza a quelle del Decreto Omnibus.

D’altronde il disastro giapponese dell’11 Marzo ha riacceso le polemiche in molti paesi industrializzati sull’energia nucleare, sulla sua effettiva necessità in relazione agli indiscutibili rischi che questa comporta. L’opinione pubblica si è sollevata infatti in molte Nazioni, tanto che Spagna, Germania e Svizzera hanno di fatto deciso di abbandonare questa fonte di approvvigionamento energetico.

Nessuno più costruisce nuove centrali, dunque, e c’è chi addirittura torna indietro. Frutto di uno stato emotivo simile a quello che ci fu dopo Chernobyl? Forse, ma il dibattito energetico parte da dati oggettivi. Ci si domanda: quanto serve veramente il nucleare per sopperire all’esigenza energetica? Che futuro abbiamo in vista della diminuzione progressiva dei combustibili fossili (petrolio)? Ci sono alternative?

L’Italia, il paese del Sole, non sfrutta il fotovoltaico, che attualmente copre appena lo 0.5 per cento del suo fabbisogno energetico, quindi di fatto nulla. Troppo costoso? In effetti dati scientifici mostrano come attualmente la tecnologia consenta un rapporto costi/benefici ancora scadente, considerato anche che è una fonte sfruttabile ovviamente solo nelle ore di luce, cosa che comporta l’impossibilità di accumulare energia in grandi quantità. Ma la Germania, che certo non può vantare ore di Sole da vendere per ovvie ragioni climatiche, copre l’1 per cento del suo fabbisogno, ancora pochissimo, ma il doppio di noi con meno della metà delle risorse.

Solo questo dato dovrebbe farci riflettere, senza contare la deprimente politica sui rifiuti, che ancora una volta ci vede il fanalino di coda dell’Europa, visto che, con una rete di termovalorizzatori decisamente insufficiente, siamo 'costretti' a inviare una parte dei rifiuti all’estero, soprattutto in Germania, che li smaltisce, ricavando da essi energia. La conseguenza è che l’Italia paga lo stato estero per smaltire i rifiuti e lo ripaga dopo per avere una quota energetica ottenuta da tale smaltimento. Solo una delle tante ragioni per la quale il nostro debito pubblico è alle stelle.

L’Italia dunque non è in grado di (o non vuole?) trovare un modo per smaltire i rifiuti (oggetto di lauti guadagni per la criminalità organizzata), e si propone di gestire le scorie radioattive, problematica, tra l’altro, che nemmeno con il referendum del 1987 fu sollevata, ed è dunque un questione attuale anche senza centrali nucleari attive.

E la ricerca su queste tematiche dove sta? Cosa facciamo per trovare una soluzione a tutto questo? Praticamente nulla: siamo il Paese industrializzato che investe la percentuale minore del suo Pil nella ricerca scientifica. Guardiamo al passato invece che al futuro: non sembra dunque così strano un voler tornare al nucleare, una decisione che, oggi, in vista di quello che succede altrove, appare decisamente anacronistica.

Il nostro futuro dipenderà dunque da un radicale cambiamento di mentalità.

Roberta De Carolis

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