Alieni? Il nuovo brand della Nasa

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"Ma vaff...", "chissà cosa mi aspettavo", "scusate se è un batterio che vive sulla Terra non è un alieno...". Sono alcuni dei commenti che abbiamo ricevuto in questi giorni in merito alla notizia di GFAJ-1, il microbo extraterrestre scoperto in fondo al Mono Lake, un lago ricco di arsenico nel Parco Nazionale di Yosemite, in California.

Lo scorso mercoledì la Nasa aveva annunciato una conferenza stampa straordinaria per rendere noto "un incredibile risultato di astrobiologia, che avrà un impatto sulla ricerca di prove di vita extraterrestre", come si legge nel comunicato diffuso dall'agenzia spaziale americana a margine dell'incontro.

E qualcuno, appassionato o meno, per un momento, si è visto davanti l'E.T. di Steven Spielberg pronto a svelarci i misteri del futuro, dello spazio, e della vita. Quella concepita oltre il senso di solitudine e sofferenza che, stando al cinismo di sociologi e filosofi, persevera sull'uomo.

Una vita nuova, diversa, tutta da scoprire perché quella di oggi non ci piace più e perché la Rete, il global e lo sviluppo tecnologico, ci hanno avvicinati, tutti, fino a farci stancare perfino dell'amico che dall'altro capo del mondo ci racconta le sue storie tra i messaggi di un social network.

Quindi l'illusione ha avuto il suo seguito. Complice la suspance cinematografica rilanciata dalla Nasa prima dell'annuncio ufficiale sul batterio all'arsenico. Già era successo, proprio qualche settimana fa, quando la stessa agenzia governativa aveva diffuso un'altra nota stracolma di attributi esilaranti. Anche in quel caso tutti noi avevamo pensato ad un alieno. E, anche in quel caso, siamo stati smentiti, ma da un buco nero di appena 30 anni.

D'altronde questo è il gioco di mercato più opportuno: bisogna vendersi, al meglio, e a quanto pare la Nasa lo sa fare bene. Quello che invece Washington proprio non sa fare è riconoscere i limiti della ricerca scientifica.

Fino a qualche decennio fa si riteneva infatti che la vita potesse svilupparsi esclusivamente in presenza di una combinazione di fattori molto rigida: l'irraggiamento opportuno da parte di una stella, la presenza di acqua allo stato liquido, la presenza di ossigeno nell'atmosfera e di condizioni di temperatura e di umidità variabili entro livelli prestabiliti.

Poi, negli ultimi trentacinque anni, gli scienziati hanno scoperto gli organismi estremofili: esseri viventi adattati a vivere nelle condizioni più proibitive, come in assenza di luce, d'acqua e perfino all'interno di rocce.

Allora accade che d'improvviso qualcuno si dimentichi della scienza. Accade che qualche professore ricordi che "non è affatto una scoperta un batterio che vive nell'arsenico". E accade che per giustificare la pubblicazione di uno studio, la Nasa si ritrovi a precisare cose già dette e ridette, e con un certo senso di professionalità, però, bisogna dirlo.

Adesso ci vengono a dire che la vita può trovarsi anche nel gelo dei deserti marziani, nelle torride tempeste di acido solforico della superficie di Venere, nelle nubi di gas mefitici dell'atmosfera di Giove e nei mari di metano di certi satelliti di Saturno. Eppure nuove frontiere di esplorazione spaziale alla ricerca della vita extraterrestre all'interno del nostro sistema solare, erano già state aperte. Basta pensare ai microbi terrestri sopravvisuti nelle sonde inviate su Marte. Anche quelli, dunque, sono alieni, anzi, meticci: 'marzian-terrestri', per coniare un neologismo non più da società moderna, ma da universo multietnico.

Non se ne vogliano i delusi commentatori: il paradosso di Fermi, per quanto vago e campato in aria, può essere in qualche modo il vademecum non solo dei centri di ricerca, quanto dei 'comuni illusi', proprio come il sottoscritto. Lo dimostrano gli infiniti e vani tentativi di 'telefonare' agli alieni avviati dal Seti in 40 anni di storia, coi progetti Mop, Beta, Ata e Serendip.

Il punto, a conti fatti, è solo farsene una ragione. Cercare di riequilibrare le aspettative nella scienza, dosando a poco a poco ogni goccia di speranza nel domani. Perchè, altrimenti, si rischia di confondere le ansie con la spavalderia dell'impossibile. Una presunzione che, ad oggi, ci vede invece divoratori di noi stessi e della Terra. Noi li cerchiamo. Loro non rispondono. Una ragione ci sarà.

Augusto Rubei

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