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Emmy, il primo software compositore

David Cope, compositore e professore all’università della California di Santa Cruz, è l’inventore di Emily Howell: un software intelligente che crea musica. Ma non si limita a produrre nuovi spartiti basati su degli algoritmi. Cope è riuscito a creare un proprio stile. Lui “parla” con Emily, lo fa attraverso il mouse e la tastiera.

Come funziona? Cope immette alcune composizioni e il programma ne crea una originale. Cope dice “sì” o “no” e gli invia maggiori informazioni. Emily lavora su una rete di associazioni composta da numerosi documenti musicali e dalle relazioni fra le note. Alcune sono classificate come “buone”, altre come “cattive”. È da questo scambio che nasce il brano.

Numerose le critiche. Molti sostengono che il programma uccide la creatività, caratteristica unica dell’uomo. Cope insiste che non è così. Se Emily produce dei brani musicali, è anche merito della sua creatività. Anzi, provoca i suoi detrattori chiedendo loro se una macchina può essere tanto o più creativa dell’uomo. Cope, ancora una volta, dice di sì.

Curioso è il caso di un uomo che ascoltando un pezzo di Emily – non sapendo chi l’avesse composto – lo elogia. Un anno e mezzo dopo, riascoltando lo stesso brano – ma questa volta consapevole che fosse frutto di un’intelligenza artificiale – afferma che è “carino” ma mancano “il cuore, l’anima e la profondità”.

Che ci siano quindi dei pregiudizi?

Il magazine Miller-McCune ha dedicato a Cope un lungo articolo. Racconta come Cope ha creato Emily. Scopriamo così che all’inizio c’era Emmy, un programma software chiamato Experiments in Musical Intelligence. È il 1980 e Cope è in crisi perché non riesce a terminare una composizione che gli è stata commissionata. Da qui l’idea di farsi aiutare dal computer.

Emmy è un programma molto avanzato per i tempi. È in grado di imitare lo stile di grandi compositori. Cope ha sempre creduto che la creatività umana sia un prodotto basato su lavori precedenti. In un pomeriggio, può produrre più pezzi di quelli che un uomo compone durante tutta la sua vita.

L’invenzione apre un vivace dibattito, soprattutto dopo che Cope chiede a un pubblico competente di distinguere tra un vero pezzo di Bach e uno composto da Emmy. Gli amanti della musica si infuriano. Altri sono entusiasti, giurando che la differenza non si nota. Il programma ha in qualche modo superato il test di Turing - test che determina se un computer può ingannare l’uomo e non fargli capire se sta interagendo con una macchina o con un’altra persona.

A interessarsi sono soprattutto gli scienziati che vedono nell’intelligenza artificiale nuovi campi da esplorare; per un po’ ha avuto anche successo, soprattutto all’interno dell’intelligenza creativa.

Fino a quando Cope ha paura di diventare un nuovo Vivaldi, l’autore che spesso era accusato di scrivere sempre gli stessi pezzi. Così decide di salvare il software e qualche composizione ma di creare qualcosa di più avanzato: Emily. E c’è riuscito.

Ci si chiede se sia davvero un’invenzione utile. Cope sostiene che Emily può aiutare a comporre musica. Ma sovrasterà l’uomo? Per questo alcuni musicisti lo criticano? Perché sono intimoriti?

Laura Margiotta





Tags: software  musica  compositore  cope  emily howell  creatività  

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