Creato Mercoledì, 09 Marzo 2011 11:15 Scritto da Roberta De Carolis

Un albero genealogico colorato dei neuroni che si crea automaticamente, come guardando un programma al computer: no, non è l’ultimo romanzo di fantascienza prodotto da una mente geniale ma un po’ distante dalla realtà.
È successo ad Harvard, dove un gruppo di ricercatori della prestigiosa università statunitense ha messo a punto una metodologia innovativa che consente di mappare le connessioni cerebrali del moscerino della frutta (Drosophila), una specie considerata modello per la ricerca genetica, per una serie di motivi che spaziano dalla facilità di allevamento della specie in laboratorio, alla disponibilità del suo genoma, fino ad arrivare alla scarsa complessità del suo patrimonio genetico che consente di effettuare gli studi con relativa semplicità.
La tecnica usata dai ricercatori di Harvard è una sofisticata evoluzione di quella usata nel 2007 nella stessa università, chiamata Brainbow, con la quale singoli neuroni venivano colorati legandoli a delle particolari proteine fluorescenti, una proprietà che consente loro di emettere luce se irraggiate con luce di frequenza opportuna. L’emissione è di colori diversi in base al tipo di legame che si genera tra la proteina e il neurone, che a sua volta dipende dal particolare neurone. In questo modo si aveva una mappa cerebrale colorata fruibile per studi neurologici.
Dopo 4 anni, la metodologia è stata dunque implementata innanzitutto riducendo notevolmente i tempi di ottenimento della mappa, ma soprattutto consentendo ai neuroni di poter riprodurre lo stesso legame con la proteina fluorescente durante la riproduzione, cosa che permette di visualizzare la genetica delle cellule cerebrali, come appunto in un albero genealogico.
A questo punto della ricerca biotecnologica la scienza ha oltretutto a disposizione moltissime tecniche di manipolazione dei geni della Drosophila, cosa che consentirà un preciso controllo sui colori. Le prospettive in questo senso sono molto ampie, ma dobbiamo aspettare che gli studi proseguano estendendosi almeno ad organismi superiori, sempre più simili all’essere umano.
Roberta De Carolis