Facebook sa quello che compriamo

Facebook sa tutto di noi

Che Facebook sapesse tutto di noi un po’ era noto e comunque c’era da aspettarselo, ma forse la situazione è anche più grave delle attese. A rivelarlo la stessa Sheryl Sandberg, Chief Operating Officer del popolare social network, nel corso dell’Advertising Week, conferenza di incontro tra domanda e offerta pubblicitaria incentrato molto sul ‘Digital Advertising’, in corso a New York dal 1 Ottobre e che terminerà il prossimo 5 Ottobre.

Il discorso della Sandberg era volto a convincere i mercati pubblicitari sull’efficacia della piattaforma Facebook, facendo leva proprio sull’aspetto “dati alla mano”. “Piuttosto che parlare a grandi gruppi di persone anonime, le aziende [con Facebook] possono rivolgersi ad un consumatore e stabilire un rapporto continuo -ha dichiarato la dirigente- E, soprattutto, il consumatore ha una media di 130 amici lì, quindi quando si parla a un consumatore, questo porta con sé i propri amici”.

D’altronde l’azienda, nonostante il social network stia sfiorando il miliardo di utenti, ha problemi in borsa perché le sue azioni non sono valutate come gli alti vertici spererebbero, e questo è sotto gli occhi di tutti, pubblicitari compresi. Lo scopo della Sandberg era quindi quello di persuaderli con ogni mezzo ad investire nell’azienda. Forse per questo si è lasciata andare a dichiarazioni che lasciano gli utenti quando meno perplessi.

Ma non sono solo le dichiarazioni del Chief Operating Officer a destare preoccupazione. Nel corso della conferenza, infatti, si è parlato anche di Datalogix, un’azienda che misura gli acquisti negli store e che è partner di Facebook (cosa che già di per sé ha scatenato non poche polemiche).

Durante l’Advertising Week è emerso a questo proposito un’ulteriore dato allarmante: la misura dei dati di Facebook compiuta da Datalogix ha rivelato che il 70 per cento delle campagne social ha ottenuto incassi tre volte superiori rispetto a quelle tradizionali (compiute da aziende anche di rilievo mondiale, come Procter&Gamble e Unilever), pur non avendo alcun consumatore acquistato beni attraverso un’interazione diretta con le pubblicità pubblicate sul portale di Zuckerberg.

Questo può voler dire solo una cosa: che, a fronte di un mancato contatto diretto, l’azienda opera un “prelievo di dati indiretto”, con delle manovre discutibili a livello di privacy.

Roberta De Carolis

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