Farmaci sotto pelle: la medicina ai tempi dei microchip

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Un vero e proprio dispenser di farmaci installato sotto pelle: questa la nuova frontiera della medicina, che si propone di attuare in questo modo un controllo remoto sul rilascio dei medicinali, in modo automatizzato e sistematico. Un esperimento in questo senso è stato compiuto con successo da un gruppo di ricerca guidato dall’ingegnere biomedico Robert Langer del Massachusetts Institute of Technology in collaborazione con un team della MicroChips, azienda con sede a Waltham (Massachusetts, Usa).

Gli studiosi hanno posizionato un chip a rilascio automatico di teriparatide sotto la pelle di sette donne anziane con problemi di osteoporosi. L’intervento comporta solo un’anestesia locale e, come riferisce Langer “[Le pazienti] nemmeno si accorgevano di avere il dispositivo”. Il farmaco, una forma ingegnerizzata dell’ormone paratirina, è usato da tempo nel trattamento di alcune forme di questa disfunzione, molto comune nelle donne in menopausa. Il limite di questa terapia, tuttavia, è da sempre costituito dalla via di somministrazione: la teriparatide deve infatti essere necessariamente iniettata ogni giorno. Una metodica poco agevole e non priva di conseguenze, dunque, che comporta uno scarso utilizzo del medicinale.

Da questo l’interesse dei ricercatori nello studio di una tecnica più semplice per l’assunzione del farmaco. Langer e i suoi collaboratori hanno monitorato per venti giorni le donne che si sono sottoposte al trattamento sperimentale, facendo continui prelievi ed analisi sanguigne, e hanno confrontato i risultati con quelli dei controlli, sottoposti alla terapia tradizionale. Rispetto a questi, sui primi si sono registrate somministrazioni leggermente inferiori a quelle rese possibili dalle iniezioni, ma meno variabili nelle quantità. Il grande vantaggio resta poi la totale automazione della procedura.

Robert Adler, dirigente del Reparto di Endocrinologia del McGuire Veterans Affairs Medical Center (Richmond, Virginia, Usa), non coinvolto nel progetto di ricerca, ha così commentato i risultati: “Dobbiamo ritenere questi dati incoraggianti, ma preliminari”. Stessa cautela mostrata da E. Michael Lewiecki, studioso di osteoporosi presso l’University of New Mexico School of Medicine di Albuquerque (Nex Mexico, Usa), anch’egli estraneo alla ricerca. Gli esperti infatti concordano nel dire come, nonostante la ricerca sia molto promettente, ci sia da verificare se il dispositivo è in grado di funzionare a lungo termine, evitandone una sostituzione troppo frequente. Ora la tecnica consente infatti un rilascio di 400 dosi di medicinale, e quindi si prevede di dover sostituire l’apparecchiatura in media una volta all’anno.

I ricercatori sono impegnati attualmente nello studio di altri dispositivi simili per la somministrazione automatizzata del farmaco, nella speranza che una maggiore versatilità riesca a coprire le esigenze del maggior numero possibile di pazienti. Una possibilità concreta in particolare è quella di realizzare un chip interattivo, in modo da rendere in grado i pazienti di inviare aggiornamenti sulle loro condizioni ai rispettivi medici, che potrebbero decidere di modificare il dosaggio del farmaco.

Il lavoro è stato pubblicato su Science Translational Medicine.

Roberta De Carolis

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