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Alzheimer: per tenerlo lontano alleniamo il cervello

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Alzheimer, allenare la mente ci tiene lontani dalla malattia. A rivelarlo è stato uno studio condotto da un team di ricercaori dell'University of California Berkeley, secondo i quali chi nel corso degli anni aveva svolto attività mentali di vario tipo, dal sudoku ai videogames, correva un rischio minore di contrarre la malattia.

Gli studiosi hanno intervistato 65 anziani cognitivamente normali con un'età media di 76 anni, sulle loro abitudini alla lettura, dai libri ai giornali, alla scrittura fino ai giochi che impegnano la mente, come il Sudoku, facendo nel frattempo una risonanza magnetica utilizzando un tracciante nuovo chiamato Pittsburgh Compound B, atto a verificare il livello di proteine amiloidi. I partecipanti hanno preso parte a numerosi test neuropsicologici per valutare la memoria e altre funzioni cognitive.

In un secondo momento, poi, i risultati delle scansioni del cervello degli individui sani sono stati confrontati con quelli di 10 pazienti affetti dal morbo di Alzheimer e con 11 soggetti sani giovani. È emerso allora che coloro che avevano una maggiore attività intellettiva presentavano un livello di proteine minore, di conseguenza il rischio di contrarre la malattia era meno alto.

"Qualunque cosa impegni il cervello va bene, dal Sudoku ai videogames – ha spiegato in una nota susan Landau, autrice dello studio - l'importante è quanto spesso e da che etè iniziano le attività che allenano il cervello". Prima si comincia, meglio è.

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Non solo. Secondo quanto spiega l'altro ricercatore impegnato nello studio, William Jagust, “le attività cognitive in età avanzata potrebbero rivelarsi utili per la riduzione delle proteine amiloidi”.

Continua: "Questi risultati indicano un nuovo modo di pensare a come l'impegno cognitivo per tutta la vita modifichi il nostro cervello".

Peccato però che qualche tempo fa, un altro studio americano avesse asserito il contrario, ossia che in generale i giochi come le parole crociate accelerano l'Alzheimer. Quale sarà la verità?

La ricerca è stata pubblicata su Archives of Neurology.

Francesca Mancuso


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