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Un pacemaker curerà la depressione

pacemaker cervello

Siamo abituati a pensare che i pacemaker si impiantino nel cuore e che la depressione e il disturbo bipolare si combattano con psicoterapie e farmaci, ma ora sappiamo che queste apparecchiature elettroniche possono anche essere impiantate nel cervello per restituire ai pazienti psichiatrici la gioia di vivere. A dare la notizia un gruppo di ricercatori dell’Emory University School of Medicine (Usa) guidati da Helen S. Mayberge.

La depressione, così come il disturbo bipolare, sono vere e proprie malattie che colpiscono alcune aree del cervello deputate al mantenimento e al controllo dell’umore. In particolare la depressione è la prima causa di disfunzionalità negli individui di età compresa fra i 14 e i 44 anni, e spesso precede altre patologie quali malattie cardiovascolari e tumori, arrivando ad avere negli adulti un’incidenza pari al 10-25 per cento per le donne e 5-12 per cento per gli uomini.

Il disturbo bipolare invece, caratterizzato da un’alternanza di fasi maniacali ad altre di tipo depressivo, colpisce l’1-2 per cento della popolazione mondiale (in Italia dunque ci dovrebbero essere circa un milione di persone affette da questo disturbo), anche se le stime sono molto grossolane perché nel 69 per cento circa dei casi la malattia non viene neppure diagnosticata.

La patologie sono dunque molto diffuse e in alcuni casi possono essere decisamente gravi e invalidanti. Per questo la ricerca è impegnata da anni allo scopo di trovare da una parte le reali cause, dall’altro delle cure adeguate, che attualmente risiedono essenzialmente nei farmaci e nelle psicoterapie.

Il lavoro condotto da Mayberge e collaboratori si presenta altamente innovativo in questo senso, in quanto utilizza un dispositivo elettronico da impiantare direttamente nel cervello, allo scopo di stimolarlo elettricamente. Non a caso una delle terapie utilizzate in passato contro gravi forme di depressione era l’elettroshock, oggi diffusamente abbandonata, anche se a periodi riproposta come metodica alternativa. La tecnica infatti, pur inducendo dei miglioramenti a breve termine nei pazienti, non consente una risoluzione reale con effetti di lunga durata. Il pacemaker impiantato, invece, costituisce di fatto una stimolazione continua a prolungata, configurandosi come una sorta di elettroshock di bassa intensità ma di duratura attività.

La ricerca è stata condotta su 17 pazienti, affetti da questi disturbi da molti anni, prima sottoposti ad una stimolazione in cieco per quattro settimane (i soggetti quindi non sapevano se il dispositivo era acceso e spento), quindi ad una attiva per 24 settimane. In tutto il periodo di osservazione è durato due anni.

Gli esperimenti forniscono risultati molto incoraggianti: i tassi di remissione e di risposta al trattamento sono stati rispettivamentedel 18 e del 41 per cento dopo 24 settimanedel 36 per cento dopo un anno e addirittura del 58 e del 92 per cento a due anni dal trattamento.

La maggior parte di questi pazienti sono in uno stato di depressione da molti anni e sono disabili e isolati" spiega Paul Holtzheimer, coautore della ricerca “Al miglioramento della depressione – conclude dunque lo scienziato- deve seguire un processo per la completa integrazione nella società”.

Roberta De Carolis



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