Una super-memoria inibendo una proteina nel cervello

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Non è inusuale, di tanto in tanto, avere qualche piccolo problema di memoria. Purtroppo, secondo il contesto, una dimenticanza può non rappresentare l’occasione per una battuta di spirito, ma piuttosto un significativo ostacolo e un problema da non sottovalutare, ad esempio per tutte quelle professioni in cui attenzione e memoria rivestono un ruolo chiave.

Così si spiega l’interesse intorno a un tema come quello dell’incremento della memoria umana, in termini di capacità e affidabilità che conduce, tra l’altro anche alla costruzione di veri e propri corsi specifici, dedicati alle tecniche di memorizzazione più efficaci e che si rivolgono spesso e volentieri agli studenti (ma non solo).

La ricerca in questo ambito però non si limita soltanto a cercare di massimizzare l’efficienza degli strumenti a disposizione, ma si rivolge anche una domanda più ambiziosa: ci si chiede cioè se sia possibile migliorare la memoria umana a livello medico, ovvero se esista una correlazione diretta tra la capacità di ricordare e uno o più fattori biologici. L’impatto di una risposta positiva a tale domanda risulterebbe davvero eccezionale, non soltanto in termini scientifici ma anche sociali: basti pensare che tale scoperta potrebbe influenzare in modo corposo la capacità di curare malattie come il morbo di Alzheimer.

Proprio per questo, i risultati della ricerca condotta dal gruppo di scienziati guidato da Mauro Costa-Mattioli, che ha la sua sede principale al Baylor College of Medicine di Houston, in Texasm risultano di grande rilevanza, al punto da meritare anche una pubblicazione su una rivista scientifica del livello di Cell.

L’osservazione di partenza che consente di dare l’avvio alla ricerca è al contempo profonda e di semplice comprensione. In numerose malattie che comportano disturbi alle funzioni cognitive e in particolare di memoria, una particolare proteina presente nel cervello, indicata come la proteina PKR, svolge una funzione alterata rispetto a quella compiuta in un organismo sano. Si può dunque ragionevolmente supporre che tale proteina sia in qualche modo legata alla memoria.

I test condotti dagli scienziati fino a questo punto avevano quindi come scopo quello di identificare l’attività svolta dalla proteina PKR e, a questo scopo, hanno valutato quali fossero i mutamenti comportamentali indotti in un topo inibendo l’attività di tale molecola.

Come risultato, si è osservato un deciso miglioramento della memoria, in particolare della memoria a lungo termine, che è stato possibile riscontrare in modo inequivocabile tramite opportuni test comportamentali. Naturalmente a questa prima fase di sperimentazione dovranno seguire altri e numerosi test prima di dimostrare che il risultato ottenuto sia generalizzabile e applicabile agli esseri umani, oltre che per mettere in luce eventuali effetti collaterali. Si tratta tuttavia di un primo passo in una direzione nuova e inesplorata, che potrebbe consentire il miglioramento della qualità della vita di molte persone: un primo passo importante.

Damiano Verda

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