Creato Mercoledì, 23 Novembre 2011 16:28 Scritto da Roberta De Carolis

Lo stato vegetativo permanente è forse confine tra la vita e la morte. E quello che decide se è vita o morte è probabilmente la presenza o meno della coscienza, non morale o filosofica, ma scientifica, ovvero la capacità di essere presente e di rispondere agli stimoli esterni. Individuarla in queste persone è molto difficile, ma un team di ricerca dell’University of Western Ontario (Usa), guidati da Adrian Owen, ha dimostrato che un semplice elettroencefalogramma può dare delle indicazioni a riguardo.
Il lavoro è stato condotto su 16 pazienti considerati in stato vegetativo permanente, e le risposte sono state confrontate con 12 controlli sani. A tali soggetti è stato chiesto di immaginare alcune semplici azioni, come muovere le dita le une sulle altre e stringere un pugno, mentre veniva registrato loro un elettroencefalogramma. In 3 pazienti la risposta strumentale è stata analoga a quella vista sui controlli, cosa che dimostrerebbe non solo la capacità di questi pazienti di ascoltare il mondo esterno, ma anche di elaborare le informazioni.
“I criteri diagnostici per lo stato vegetativo devono cambiare –afferma Owen alla luce dei suoi risultati- La diagnosi ufficiale per questa situazione clinica è stata formulata negli anni ’70, quando le tecnologie di imaging neurologiche non erano ancora usate su larga scala. L’ultimo aggiornamento risale al 1995, ma i criteri per dichiarare qualcuno cosciente sono ancora basati sull’osservazione di qualcuno di esterno che dica se il paziente è in grado o meno di interagire”.
Lo stesso team di ricerca aveva già dimostrato nel 2005 come la risonanza magnetica funzionale fosse un utile strumento per rilevare lo stato di coscienza, cercando in tal modo di svincolarsi dalle opinioni esterne su questa condizione. Tuttavia questa tecnologia è costosa e non tutti gli ospedali ne sono dotati o sono in grado di accedervi. Il grande passo avanti oggi compiuto nasce quindi dalla semplicità ed economicità della tecnica, un comune elettroencefalogramma, oggi disponibile praticamente ovunque.
Attualmente la metodologia non può dimostrare però l’assenza di coscienza, ma solo individuarla in chi si riteneva non l’avesse, precisa Damian Cruse, un collaboratore di Owen. E questo è risultato evidente quando si sono analizzati gli elettroencefalogrammi dei controlli sani, il 25 per cento dei quali ha fornito risposte al di sotto dell’atteso.
Il futuro che si immagina ora è molteplice: i ricercatori sperano ad esempio che questo sia l’inizio per sviluppare tecnologie informatiche in grado di consentire a questi pazienti di interagire con il mondo esterno, utilizzando apparecchiature che si possono comandare solo con il cervello. L’abilità di comunicare in qualche modo, infatti, restituirebbe ai pazienti anche la possibilità di essere presenti durante le terapie attualmente disponibili.
Lo studio è stato pubblicato su ‘The Lancet’.
Roberta De Carolis