Creato Giovedì, 13 Ottobre 2011 12:40 Scritto da Roberta De Carolis

Cellule di fegato che diventano neuroni: non è fantascienza, né magia. È riuscito davvero, e con una tecnica assolutamente scientifica, ad un gruppo di ricercatori dell’Università di Stanford (Palo Alto, California, Usa), guidati dall’italiano Samuele Marro. Il successo, che apre le porte per nuove e promettenti vie per la cura delle malattie neurodegenerative, è stato ottenuto in un unico passaggio, senza ottenere cellule staminali intermedie.
“Queste cellule oltrepassano i confini tra due organi completamente diversi - spiega Marius Wernig, autore senior della ricerca - Ancora più sorprendentemente queste cellule simultaneamente silenziano i loro geni che esprimono le caratteristiche epatiche. Non sono ibridi, sono cellule che cambiano completamente la loro identità”.
L’esperimento in effetti ha inserito nelle cellule epatiche tre geni, Brn2, Ascl1 e Myt1l, mediante tre vettori virali, ovvero tre virus che, per la loro natura, entrano nelle cellule ospiti e le infettano, rilasciando il materiale genetico che li caratterizza, in questo caso i tre geni utili ad effettuare la trasformazione. Cosa sorprendente, questi geni non solo attivano se stessi, ma silenziano, ovvero spengono, i geni caratteristici delle cellule epatiche.
Dopo circa due settimane dall’inserimento dei vettori, le cellule hanno iniziato a comportarsi come neuroni, e una settimana ancora dopo hanno iniziano ad esprimere i geni caratteristici delle cellule cerebrali, generando segnali elettrici e comportandosi come neuroni veri, praticamente indistinguibili da quelli nati come tali. Tutto questo senza passare per il classico stadio intermedio di cellule staminali.
“E' la prima volta in assoluto che si dimostra come si possano generare neuroni partendo da qualcosa di molto lontano come le cellule del fegato -spiega Marro- E quelle ottenute sono cellule neuronali perfettamente funzionali: mostrano attività elettrica e formano sinapsi attive. Quasi indistinguibili dagli altri neuroni, salvo che per la loro origine”.
Si tratta di un progresso significativo, chiarisce lo studioso. “Si scardina un dogma centrale della biologia dello sviluppo e allo stesso tempo si aprono speranze concrete per lo studio e la cura di malattie neurodegenerative, come Parkinson, Alzheimer o autismo”.
Commenta a questo proposito Vania Broccoli, direttore dell'unità di cellule staminali e neurogenesi, divisione neuroscienze dell’Istituto Scientifico San Raffaele di Milano: “Con la riprogrammazione diretta si evita completamente il problema legato a questo passaggio, eliminando così la possibilità che si generi un tumore o alterazioni cromosomiche”. L’utilizzo di cellule staminali pluripotenti infatti comporta il rischio che la loro riproduzione non riesca ad arrestarsi, inducendo la formazione di tessuti cancerosi.
Il lavoro è stato pubblicato su Cell Stem Cell.
Roberta De Carolis