Scoperto il gene che consente ad alcuni microbi di sopravvivere anche in condizioni estreme

batteri deepwater

A seguito del vero e proprio disastro ambientale causato dal naufragio della Deepwater Horizon nel 2010, con conseguente perdita di petrolio nel golfo del Messico, è emerso anche un aspetto peculiare dal punto di vista scientifico, che ha da subito attirato l’attenzione degli esperti. Si è infatti registrato nell’area interessata, nel periodo immediatamente successivo al naufragio, un significativo incremento della presenza di particolari microbi, che si nutrono di metano. La popolazione di tali microbi pareva di gran lunga maggiore rispetto agli standard di quella zona.

Tra i gruppi di ricerca che si sono concentrati anche su questo aspetto, spicca quello guidato da Paula Welander, che svolge la sua attività presso il MIT: la solidità dei risultati ottenuti dalla ricercatrice è dimostrata dalla recente pubblicazione di un articolo scientifico all’interno dei prestigiosi Proceedings of the National Academy of Sciences.

In particolare, secondo Welander e i suoi collaboratori, esiste uno specifico gene, che fa parte del codice genetico di alcuni microbi, in grado di garantirne la sopravvivenza anche in condizioni proibitive, come ad esempio l’assenza di nutrimento. Grazie alla presenza di tale gene, il batterio può rimanere infatti cristallizzato in una sorta di stato di sospensione, anche per periodi di tempo molto lunghi. Si suppone sia successo proprio questo ai microbi presenti nell’area del golfo del Messico, fino al momento in cui si è verificato il naufragio della Deepwater Horizon.

Una volta che le condizioni ambientali mutassero poi in un senso più favorevole infatti, il batterio può riprendere vita. Il codice genetico della proteina (di nome HpnR) che genera tale comportamento è ora noto e gli scienziati suppongono che proprio tale proteina possa essere di grande aiuto in diversi contesti come, ad esempio, l’identificazione di brusche variazioni di natura ambientale avvenute nel corso della storia.

Damiano Verda

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