Riscaldamento globale: ha cambiato anche la scelta delle meta delle vacanze

Grand-Canyon

La scelta di una meta per le vacanze è un’operazione divertente, persino entusisamante, ma spesso non semplice. La decisione è basata in genere su diversi fattori come l’interesse personale, la distanza, il costo: spesso e volentieri in contrasto tra loro. Inoltre, tra gli argomenti più discussi durante la definizione di una meta, possiamo annoverare senz’altro anche il clima.

Tale considerazione, puramente qualitativa, funge da trampolino di lancio per il dettagliato e interessante studio operato dal gruppo di cui fa parte anche Lauren Buckley, assistente professore di biologia alla University of North Carolina di Chapel Hill.

Ci si propone infatti di valutare se il riscaldamento globale sia una realtà non, come spesso accade, sulla base dei dati di temperatura rilevati in media o in varie zone ritenute significative, ma piuttosto analizzando il comportamento umano. In particolare, valutando se esistano variazioni nelle decisioni più spontanee, ma al contempo spesso non impulsive: proprio il caso della scelta della meta per le vacanze.

Si rileva così un significativo incremento, ad esempio, nel numero dei visitatori che si recano al Grand Canyon National Park, confrontando lo stesso periodo degli anni 1979 e 2008. Di più, l’andamento del numero dei visitatori è crescente a mano a mano che ci si avvicina agli anni più recenti, evidenziando una tendenza.

Si potrebbe giustificare tale crescita anche in funzione di altri cambiamenti, ad esempio un’accurata gestione delle attrazioni e una campagna pubblicitaria azzeccata. Tuttavia, le considerazioni esposte per quanto riguarda il Grand Canyon National Park risultano valide anche per molti altri parchi, in diverse aree, e paiono assumere validità più generale.

A testimonianza proprio della validità del lavoro, la ricerca è stata ritenuta meritevole di pubblicazione su una rivista scientifica del prestigio di International Journal of Biometeorology, il che contribuisce a conferire alle supposizioni degli autori un peso davvero rilevante.

Interessante poi, oltre ai risultati, anche l’approccio adottato dagli scienziati. L’idea che si possa identificare un processo particolarmente complesso e di difficile misurazione a partire dalle conseguenze sulla vita dei singoli e sulle loro scelte, misurando quindi non all’interno di un contesto fisico ma piuttosto nelle pieghe di un tessuto sociale, merita grande attenzione.

Numerosi sono infatti i casi in cui l’identificazione di un processo in termini matematici e rigorosi non è semplice, mentre le conseguenze, anche nel quotidiano, sono evidenti e, almeno in una certa misura, quantificabili. Individuare e curare i sintomi, servendosene anche come strumento di diagnosi, ci ricordano i ricercatori capitanati da Lauren Buckley, può condurre a interessanti deduzioni e sviluppi.

Damiano Verda

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