Fusione fredda: anche il MIT fa i suoi test

rossi bologna

Il MIT prova la fusione fredda? Dopo la batosta degli scettici australiani, secondo i quali i risultati positivi dell'E-Cat potrebbero essere il frutto di un errore in fase di test, pare che il Massachusetts Institute of Tecnhology sia intenzionato ad approfondire la questione E-Cat, o meglio le LENR.

Secondo quanto si legge su Ecatnews.com, il dottor Mitchell Swartz ha eseguito una dimostrazione per gli studenti del corso del Professor Peter Hagelstein per la fusione fredda. La demo che ha avuto luogo il 30 ed il 31 gennaio (anche se i lavori sono durati sette giorni) segue la prima dimostrazione aperta sulla fusione fredda presso il MIT, che risale al lontano 2003.

Il JET Energy NANOR(TM) avrebbe dunque dimostrato che attraverso la fusione fredda è stato possibile avere un aumento significativo di energia, dieci volte maggiore rispetto a quella in entrata. Un risultato ben più propizio rispetto all'ultimo test del 2003.

Secondo quanto si legge su Cold Fusion Time, inoltre, questa dimostrazione è importante anche perché ha confermato il ruolo delle nanotecnologie nel consentire la produzione di energia attraverso tale processo nucleare.

La tecnologia di JET Energy potrebbe dunque cominciare ad intaccare alcuni preconcetti, spesso citati dagli scettici riguardo alla possibilità di realizzare strumenti in grado di produrre una maggiore quantità di energia in uscita, rispetto a quella in entrata, attraverso le LENR.

A questo punto, dando ipoteticamente per buono l'esperimento condotto al MIT, anche l'idea di Rossi, scettici australiani a parte, potrebbe essere vincente.

Ma, come hanno precisato in un'intervista gli esperti dell'Enea, che non si sono sbilanciati nel giudicare l'operato di Rossi e dell'E-Cat, c'è “un principio basilare ed irrinunciabile della ricerca scientifica: qualsiasi esperimento per essere riconosciuto ed accettato deve essere riproducibile”.

Messaggio inviato ad Andrea Rossi.

Francesca Mancuso

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