Campi flegrei: l'antica eruzione che colpì l'uomo di Neanderthal

campi flegrei

Il ciclo di eruzioni dei Campi Flegrei, di grande portata, avvenuto circa 40mila anni fa nel sud Italia, può aver giocato un ruolo importante nell’influenzare la demografia delle popolazioni paleolitiche delle regioni centrali e orientali del Mediterraneo, abitate sia da uomini di Neanderthal che dai primi sapiens moderni.

Proprio le regioni centro-orientali del Mediterraneo infatti sono state coperte da ceneri vulcaniche prodotte da una delle eruzioni dei Campi Flegrei, identificata con il nome Ignimbrite Campana (IC). Secondo il già citato nuovo studio in materia, curato dai ricercatori Antonio Costa, Roberto Isaia e Giovanni Macedonio dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia di Napoli, Biagio Giaccio dell’Istituto di Geologia Ambientale e Geoingegneria del CNR di Roma, Arnau Folch del Barcelona Supercomputing Center (SP) e Victoria Smith dell’Università di Oxford, l'eruzione Ignimbrite Campana potrebbe essere stata persino più imponente di quanto fin qui ipotizzato dagli studiosi.

Osservando in particolare lo spessore di cenere raccolta in 115 siti e servendosi di un modello tridimensionale della dispersione delle ceneri stesse, gli autori ipotizzano che la super-eruzione dell’IC abbia disperso 250-300 km3 di cenere su una regione ampia 3,7 milioni di km2. Si tratta di valori che fanno capo a un volume di cenere pari a una cifra compresa tra il doppio e il triplo del volume di cenere precedentemente stimato.

I valori aggiornati derivano da un nuovo modello, in grado di tener conto anche della distribuzione dei venti durante l'eruzione. Tradizionalmente infatti, i modelli utilizzati in questo ambito scientifico si limitano ad assumere un vento costante per tutta la durata di un'eruzione.

Gli autori invece hanno considerato tutti i venti misurati negli ultimi 15 anni, utilizzando, tra le distribuzioni dei venti rilevate, quella che meglio si adatta ai depositi di ceneri misurate. Sulla base delle loro stime aggiornate, si calcola che sarebbero stati distribuiti in atmosfera fino a 450 milioni di chilogrammi di anidride solforosa, riducendo la temperatura di circa 1-2 °C per 2-3 anni.

Inoltre le emissioni di anidride solforosa e cloruro di zolfo avrebbero innescato anche fenomeni con conseguenze dirette per la vita nell’area interessata: piogge acide e cenere carica di fluoro, ad esempio. Proprio questa cenere sarebbe entrata nel ciclo vegetale inducendo effetti potenzialmente associati alla fluorosi, con danni a occhi, denti e organi interni, negli animali e nell’uomo.

Lo studio è stato pubblicato sulla rivista scientifica Geophysical Research Letters (GRL).

Damiano Verda

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