Biotecnologie fai-da-te: Biopunk e la scienza fatta in casa

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"Il test di Aull non rappresenta una nuova scienza quanto piuttosto un nuovo modo di fare scienza": con queste parole il giornalista Marcus Wohlsen definisce l’esperimento di Take Kay Aull, laureata del Mit, che, in seguito alla diagnosi fatta al padre della malattia genetica chiamata emocromatosi, ha deciso di organizzare un laboratorio genetico casalingo, dove effettuare test analoghi a quelli fatti nei laboratori istituzionalizzati. Questo esempio è solo uno dei tanti che Wohlsen racconta nel suo libro ‘Biopunk’, recentemente uscito negli Usa, allo scopo di presentare al grande pubblico il fenomeno che vede protagonisti molti giovani scienziati che hanno deciso di portare i laboratori in casa.

Contrari ad una scienza d’elìte, questi giovani, ribattezzati ‘biohacker’, vogliono dunque effettuare una rivoluzione nel campo delle biotecnologie, con la complicità di metodologie all’avanguardia sempre più economiche. Animati da un profondo idealismo, che li porta ad affermare con sicurezza l’importanza della scienza vicina a tutti, i biohacker credono fortemente che ogni individuo abbia il diritto di avere informazioni biotecnologiche e che tale diritto possa essere soddisfatto solo se le tecnologie sono portate fuori dai laboratori convenzionali.

Il fronte della scienza conservatrice, ovviamente, potrebbe obbiettare che il fai-da-te non garantisce risultati certi e affidabili, ma ad ascoltare le parole di questi giovani, scienziati proprio come l’elìte, non sembra che la rivoluzione sia un modo per togliere rigorosità alla scienza, ma per renderla alla portata di tutti. Naturalmente nasce un problema sull’interpretazione di tali informazioni, che in questo modo resta fuori controllo, ma chi dice che un’informazione data dall’alto, con linguaggio super tecnico, sia interpretata in modo corretto?

A questo proposito Meredith Patterson, una biohacker attualmente impegnata nella creazione di un sistema economico e decentralizzato per verificare possibili livelli tossici di melammina nel latte indipendentemente dai controlli governativi, ha scritto anche un vero e proprio ‘Manifesto Biopunk’, su cui si legge anche "La conoscenza scientifica autorizza chiunque ne sia padrone a divenire parte attiva della propria salute, della qualità del cibo, dell’acqua e dell’aria di cui usufruisce, della stessa relazione con il proprio corpo e con il complesso mondo da cui è circondato".

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Il libro di Wohlsen racconta molti altri esempi di questo tipo, uniti da un’unica filosofia: portare la scienza vicina a chi ne ha bisogno. Come tutte le rivoluzioni animate da coraggioso idealismo, anche se non sempre condivisibile, l’obiettivo è distruggere, o quanto meno ridimensionare, un sistema preesistente, e in questo particolare caso significherebbe abbattere un sistema secolare che, con tutti i suoi limiti, ha tuttavia portato la scienza ad indubbi progressi.

"Avete pensato ad una possibile startup? Unitevi al movimento Diy (sigla con cui i biohackers si identificano, N.d.R.), della 'biologia da garage' e fondate una nuova razza di biotecnologia", recita il loro sito. Non resta dunque che attendere di capire se la rivoluzione è realmente in atto e quali conseguenze porterà.

Roberta De Carolis

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